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La Conoscenza è come una linea, dove sono i confini non ci è dato di saperlo.

Sublimina.it è un viaggio personale nel mondo del pensiero umano. Per raggiungere ogni meta c'è una via ed ogni via ha un ingresso. Questa è la mia porta personale, l'ho appena aperta. Ognuno ha la sua porta, qualche volta si ha bisogno, però, di intravedere cosa c'è al di là della porta altrui per mirare l'altrove che sta dietro la propria.  Ispirato da: Franz Kafka, Il processo (1925)


Scienza, sostantivo femminile singolare

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Chi l'ha detto che le donne non sanno fare scienza?

Enrico De Santis, Sublimina.it, 2013


Pubblicato su su Illogicallegria, 2007

Le donne sanno fare scienza?

Ipazia di Alessandria, dipinto di Raffaello

Per i Pitagorici, setta fondata da Pitagora a Crotone intono a 550 a.C., i numeri avevano un entità fisica vera e propria, rappresentavano le reali particelle elementari della realtà. Così c’era l’uno che era l’unità originaria,  i numeri triangolari, quadrati, cubici ed ogni uno aveva un preciso significato rapportabile a situazioni concrete di vita quotidiana come il matrimonio, la nascita etc. Essi amavano distinguere anche i numeri pari da quelli dispari e attribuivano loro un preciso significato: guarda caso i pari erano maschili, perfetti e benevoli, quelli dispari erano femminili, quindi imperfetti.  Sebbene essi avessero questo tipo di convinzioni, dobbiamo allo stesso modo affermare che erano abbastanza progrediti poiché nella loro setta, che come noto era chiusa e regolata da divieti severi, si tramanda che ci fosse una forte rappresentanza femminile, capeggiata dalla moglie di Pitagora stesso. Se l’attività dei pitagorici è definita scienza allora questa è una delle prime testimonianze di partecipazione da parte delle donne alla cultura, ed in particolare alla scienza. Non sono molte le donne che nell’antichità svolgevano questa attività, ma Ipazia sicuramente fu una di queste. Era una matematica, filosofa, amante della letteratura, eclettica, ricordata dai resti dei frammenti che  ne portano testimonianza come un vero e proprio genio. Purtroppo nacque nell’epoca sbagliata(Alessandria d’Egitto 440d.C.) poiché allora i sacerdoti non volevano che i pagani e figuriamoci una donna, sapessero di filosofia o matematica, solo loro dovevano essere, attraverso la conoscenza filosofica, i detentori del sapere. Ipazia venne portata in chiesa, trattata come la peggiore delle bestie, spogliata, fatta a pezzi, e bruciata. Dopo di lei non si hanno altre grosse testimonianze, di donne che si sono applicate allo studio scientifico e che hanno dato grossi contributi all’avanzare della conoscenza. Il medioevo ne è un esempio,  anche se si ritiene che le donne che studiavano e praticavano l’arte della conoscenza dovevano essere molte, dato che in questo periodo era molto diffusa la pratica monastica. Sembra che, le donne acculturate in quest’epoca, erano molto di più rispetto a periodi più recenti dove precise leggi vietavano l’iscrizione delle stesse nelle pubbliche università. Ad esempio, nel XVIII secolo i positivisti credevano che il sesso femminile fosse meno intelligente dell’uomo e ciò era provato, dicevano loro, dal fatto che avessero il cranio in media più piccolo. Qualcuno li corresse dicendo che in proporzione al proprio corpo esso era più grande di quello dell’ uomo: ciò dimostrava in maniera più determinata che esse erano poco intelligenti poiché tale caratteristica era considerata una vera e propria disfunzione.

Roghi, divieti, menomazioni, è stato usato di tutto per tenere la donna lontano dalle attività centrali della società, e dall’istruzione superiore. Però, anche in epoche dove, queste pratiche erano costume, ci sono state donne che hanno dato  grossi contributi al sapere umano. Una di queste, proprio nel XVIII secolo, era Ada Lovelace, figlia di del poeta Lord Byron. La famiglia ricca poté offrire ad Ada lezioni private scegliendo tra i migliori maestri dell’epoca. La madre, di formazione matematica, per paura che diventasse come il padre, cioè donna di lettere, la iniziò fin da piccola alle arti matematiche scoprendone un vero e proprio genio. Terminata la fase di preparazione, Ada ebbe la fortuna di incontrare Babbage, considerato oggi, come il precursore dell’invenzione del Computer. Difatti egli aveva progettato e costruito la “macchina analitica”, un grosso e pesante marchingegno, pieno di molle, rotelle e ingranaggi, interamente meccanico con il quale riusciva ad eseguire dei calcoli anche più complicati di quelli che permette una normale calcolatrice elettronica. Ada, una volta conosciuto il progetto si imbatté in un ardua impresa: rese la “macchina analitica” programmabile, cioè ella poteva memorizzare (con complessi meccanismi meccanici) una sequenza di istruzioni e farla eseguire alla macchina stessa ottenendo un risultato. Oggi viene ricordata come la prima programmatrice della storia, in suo onore, un non modernissimo linguaggio di programmazione e stato chiamato proprio Ada.

Nel novecento, secolo di grossi cambiamenti e devastazioni,  la donna nei paesi occidentali ebbe un importante ruolo nella guerra, poiché oltre che come infermiere per curare i soldati feriti, molte di esse ad esempio negli Stati Uniti venivano arruolate e fatte lavorare come vere e propri computer, in grossi capannoni. Le veniva richiesto di svolgere calcoli molto  ripetitivi e la maggior parte delle volte, non conoscevano nemmeno l’utilizzo di tali risultati: si trattava semplicemente di misure balistiche, o calcoli statistici per cercare di scovare qualche indizio sul codice Enigma utilizzato dall’esercito di Hitler per mandare gli ordini in segreto, senza poter essere decriptati dal nemico. Prima che si inventasse una apparecchiatura precisa ed efficiente che facesse operazioni ripetitive in breve tempo(computer), si riteneva che la donna con la sua metodicità, la sua dedizione al dovere e la sua precisione era l’ideale per svolgere tale tipo di compiti. Agli inizi del Novecento molte di esse vennero utilizzate, sempre per lo stesso motivo, per il mappagio minuzioso del cielo stellato. Bisognava analizzare una grandissima mole di dati e produrre una precisa catalogazione dei vari corpi celesti. Fra le tante, ne emerse una, Miss Leavitt che grazie alle sue intuizioni fece cambiare idea all’intera umanità sulle dimensioni dell’universo. Infatti in quel periodo si riteneva che quest’ultimo fosse la via lattea, cioè la nostra galassia, sovrastimata abbondantemente nelle sue dimensioni. La Leavitt ideò dei metodi molto precisi e rivoluzionari per stabilire ad esempio che la Nube di Magellano è un ammasso stellare che si trova al di fuori e molto lontano dalla Via Lattea: l’universo da allora, grazie anche a questa donna, diventò infinitamente più grande.

E la situazione odierna? Da recenti statistiche risulta che oggi la presenza femminile nella ricerca sia abbondante, ad esempio le laureate in scienze biologiche sono il 51% del totale, in matematica il 47% e in fisica, nota ancora dolente, solo il 15 %. Il ruolo fondamentale della componente femminile nell’interpretazione dei fatti della realtà  si evince proprio in biologia, dove quel modo particolare di pensare, quell’attitudine innata alla cura della prole, ha allargato ad esempio l’orizzonte della teoria evoluzionistica che in principio fu formulata da Darwin il quale accentuò l’aspetto della competizione tra le specie, mentre nuove interpretazioni “femminili” hanno rivisitato l’evoluzione sotto il punto di vista della cooperazione tra le specie stesse, ipotesi corretta che avvalora il concetto di ecosistema. E in fisica? La nostra grande astrofisica Margherita Hack è un eccezione, ma tale disciplina ancora è a maggioranza maschile. Proprio per la originale interpretazione che le donne potrebbero dare a fenomeni non ancora compresi, si ritiene che la loro presenza sia inderogabile. Forse, la conoscenza ha perso parecchio quando ha escluso quest’essere dall’indagine conoscitiva. Oggi si sta facendo di tutto per colmare questa lacuna, anche se però lo sforzo è immane poiché dalla stessa statistica è emerso che anche se molte accedono al gettone di ricerca, non oltrepassano questo limite, poiché il “maschio” ancora tenta di tenersi stretti i ruoli dirigenziali , non volendo rinunciare alla sua brama millenaria di potere.

Hanno detto..

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