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La Conoscenza è come una linea, dove sono i confini non ci è dato di saperlo.

Sublimina.it è un viaggio personale nel mondo del pensiero umano. Per raggiungere ogni meta c'è una via ed ogni via ha un ingresso. Questa è la mia porta personale, l'ho appena aperta. Ognuno ha la sua porta, qualche volta si ha bisogno, però, di intravedere cosa c'è al di là della porta altrui per mirare l'altrove che sta dietro la propria.  Ispirato da: Franz Kafka, Il processo (1925)


Impressioni generali sulla bellezza

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[scritto del 2007]

Il cielo è limpido, nel versante sud. A nord qualche formazione nuvolosa riempie il paesagio.  L’azzurro del cielo si riflette nel mare calmo, l’aria frizzantina giunge alle mie narici, trasportando con sé il potere della primavera. È febbraio, inverno, ma il seme della stagione degli amori lentamente, ma inesorabilmente sta sbocciando. Un’ape timida e affamata cerca un po’ di nettare da asportare, per compiere il suo millenario lavoro. Un'ape su un fiore:bellezzaChissà se conosce la sua condizione, chissà se sa che lavora. Sara felice? Quando torna nell’alveare reclamerà, sarà stanca? Quando è malata o quando è cattivo tempo uscirà lo stesso per la consueta esplorazione? Sicuramente se piove o fa freddo essa non uscirà. Ma se quel particolare giorno non gli va di uscire? Può prendersi una vacanza e fare gli affari suoi? La natura è strana, pochè in essa si trova tutto e il contrario di tutto. Però in se stessa è semplice ed equilibrata. Punta dritto come un treno, un treno che procede senza meta, ma che ha le fermate prestabilite, anzi, molte se ne aggiungono lungo il percorso, ma la direzione, almeno quella non cambia mai.

Le api raccoglieranno il nettare dei fiori per i prossimi mille anni, se la specie non avrà subìto l’ estinzione. Cosa potrà mai esserci nella pozione alchemica che costituisce la natura? Noi esseri umani sappiam distinguere, dopo migliaia di anni di selezione delle idee, le cose belle dalle cose brutte. Sembra che l’emozione iniziale che guidava la percezione della bellezza sia stata man mano sostituita da quel fiume di razionalità che ha permesso il formarsi di giudizi sui quali poggia il moderno sentimento di bellezza stesso. Un fiore è  bello, un orchidea è bella, una margherita è semplice, ma bella.

Tale selezione naturale di idee ha portato alla formulazione del paradigma della bellezza scarnificandolo sempre più dalle asimmetrie, rendendolo sempre più semplice cosicchè anche una margherita risulti essere bella. In tale proposizione si pone un giudizio ad un  livello superiore della forma o del colore, la simmetria infatti può essere intravista anche solo dalla gamma cromatica della stessa. Un giallo intenso, un rosso acceso, colpiscono  la nostra retina con decisione, mentre una forma lineare che non affatica la visione rende gradevole l’esperienza del bello. L’ape, sara attirata da un livello superiore del bello? Dalla forma o dalla cromaticità? Studi recenti hanno trovato una forte relazione tra la cromaticità e l’abbondanza di visite da parte degli insetti ai fiori. Sarebbe bello stabilire il vero e proprio livello di consapevolezza di tali esserini, che guerda caso, infatuati dell’ intensità e simmetria cromatica, si trovano come per “caso” ad asportare il nettare dai fiori più giovani e sani. La natura infatti sembra che riserva alle creature sane e in piena fase riproduttiva simmetricità e ricercatezza cromatica.

 

Un petalo in un fiore morente risulta sgualcito e scolorito, non pare avere molto interesse. L’idea del bello, cose essa sarà mai? Trattati di estetica, composizioni poetiche ed intere correnti letterarie hanno cercato di tirae fuori tutto il possibile da questa qualità che sembra inevitabile attribuirla agli enti della realtà. Qualcuno disse che “non è bello ciò che è bello, ma è bello cio che piace”. Sembra giustissimo. Niente da confutare, ma tale giudizio non risula essere molto esplicativo, non sembra essere risolutivo nel cercare di stabilire cosà rappresenta la bellezza. Esso sposta solo l’attenzione dal oggetto al soggetto, aprendo un oceano di interrogativi su quest’ultimo che inesorabilmente vanno a sommarsi a quelli già noti sull’oggetto stesso: la bellezza. Possiamo procedere in una stravagante maniera e cioè immaginiamo (o magari osserviamole veramente) una serie di bellezze che possono andare dal corpo di una donna, un fiore, un auto sportiva, un opera darte quale un quadro o una scultura, una cascata, un tramonto, chi più ne ha più ne metta. Dopo una bella scorpacciata di cotanta bellezza, possiamo affermare di avere lo spirito pieno, e di aver aggradato la nostra nascosta voglia di senso estetico.

Ora viene la parte analitica. Si cerca di estrapolare una configurazione ottimale in uno spazio che come accennato prima non è né quello tridimenzionale, né quello cromatico, diciamo uno spazio unico, sicuramente multidimensionale, ma unico, cioè dove le componenti partecipano tutte assieme per fornire il risultato finale. Il giudizio su un componimento poetico, oltre ad essere espresso per il contenuto esso sarà dato anche dalla maniera in cui le singole parole vengono accastonate per formare un verso, e i versi, per formare la strofa. Ecco che abbiamo la doppia natura: il rispetto di un certo canone grafico che corrrisponde, ma non sempre, ad un canone sonoro, che poi altro non è che il ritmo su cui avanza la poesia stessa. Questo è lo spazio multidimensionale cui una nostra funzione (che opera in tal spazio) fa si che siamo in grado di estarre un giudizio. Tale funzione però non è così soggettiva come sembra e come il proverbio vuol sottolineare, poiché studi statistici provano che il sentimento di bellezza si concentra per la maggior parte delle persone sui medesimi elementi, e la stessa maggioranza indica come più  belle le stesse opere. Ecco che se si focalizza l’attenzione sul soggetto bisognerebbe andare ad indagare le categorie a priori che tale soggetto utilizza per poter partorire un giudizio, scomodando Kant ad esempio. Supponiamo che tali categorie “a priori” esistano, non sappiamo bene come facciamo ad averle, mettiamo che sicuramente la causa è sociologica, inquanto è la società,  la maniera di tramandare la cultura, che sicuramente consentono di far sbocciare nel singolo individuo le medesime categorie di giudizio della società stessa nel suo insieme. Diamo tali ragionamenti per scontati e cerchiamo allora la causa prima, che ha permesso la nascita di tali categorie che sicuramente è da ricercarsi nell’oggetto in sé, e non nel soggetto. Siamo riusciti con tale carrellata di ipotesi a dissociare due paradigmi che a tutta prima sembravano indissolubilmente legati: il percepente e il percepito. Si tiene di precisare che questo lavoro dicotomico, vuole tenere ambedue le categorie separate senza ingenerare gerarchie di sorta. Il percepito, l’ “oggetto in sé”, è un concetto che scotta come una patata bollente, e si sa bene quanto ha fatto penare Immanuel Kant, che definì a sua volta la “cosa in sé” inconoscibile. Orbene, in questo ragionamento si vogliono seguire le medesime linee guida, cioè, non si vuole tentare di portare alla luce la “cosa in sé” kantiana, per altro sarebbe un proposito troppo audace, bensì si vuole filtrare l’oggetto il più possibile, per metterne a nudo le caratteristiche peculiari.

Sono incalcolabili le definizioni di bello, aggettivo misurato in tutti i gradi in cui può esprimersi: da “quasi brutto” fino a “sublime”.  Nel Settecento, il sublime risulta essere un “attraente-spiacevole” un un godimento di sofferenza, un esaltazione patetica; si fa notare che tali accezioni sono drogate completamente dal soggetto. L’opeazione di chirurgia estetica che va compiuta è ridefinire il sublime, prendendo come punto di partenza una proprietà fisica dei liquidi: il passaggio diretto dallo stato solido allo stato gassoso, senza passare per quello liquido. La sublimazione, appellativo utilizzato per tale processo, è una transizione netta, una funzione a scalino, un salto tra due stati, una mancanza di continuità, l’attimo trasposto dalla dimensione temporale a quella di “stato”. Essa è quel guizzo, posseduto dall’oggetto, nascosto nella sua struttura che rifugge da qualsiasi tentativo di sistematizzarlo.  La bellezza sublima quando raggiunge il grado di assolutezza. L’idea di semplicità, di armonia e di simmetria sembrano fondersi insieme e generare quel sostrato che rende l’oggetto mirabile. Se si considerano, tali accezioni, separate le une dalle altre allora, il bello risulta non essere completo, più propriamente possiamo ridefinirlo attraente. Una figura geometrica semplice e attraente, potrebbe essere, perché no, la circonferenza. Per altro, la curvatura perfetta fa di essa la migliore prova di discostamento dal piattume quale può essere una insipida linea retta. Una àcirconferenza che rappresenti il bello è troppo, però come archetipo di forma potrebbe essere attraente. Molte cose, siano esse oggetti concreti,  note musicali o versi, sono in armonia se, pur essendo differenti, sembrano essere incastonati lun l’altro ad arte. Si potrebbe dire che i tasselli di un puzzle formano un armonia; le note musicali deposte minimizzando le dissonanze tendono a formare un’armonia. Una sequenza di note anche sensa particolari cromaticità sonore è attraente. La simmetria, oltre ad essere attraente è decisiva, è la firma della bellezza, è quella qualità che fa si che il tutto rimanga per un istante impressionato nella mente, poiché è presente proprio perché sono possibili raffronti successivi tra le parti di un tutto. La circonferenza è una figura simmetrica per eccelleza rispetto al suo centro, ma la differenza che giustifica l’utilizzo per esemplificare la semplicità, sta nella possibilità di poter mirare la simmetria anche in forme molto complesse nei particolari. Ecco che la simmetria si rialza di un gradino, poiché è possibile trovare in essa l’essenza della semplicità nella complessità. Alcune formule matematiche che risultano avere scritture complesse e che descrivono enti anch’essi complessi risultano poi semplici, proprio grazie alle simmetrie, cioè se in esse vi vengono poste condizioni di simmetria supplementari, come per magia, esse si semplificano. Questo ragionamento porta a commettere una piccola razionalizzazione: posare sul piedistallo armonia e simmetria, e a porre la semplicità ad un gradino abbastanza inferiore dal non poter in alcun caso entrare in coddraddizione con le altre due. In ogni caso la semplicità è parte della simmetria. Il tutto, a primo acchitto, potrebbe sembrare un grosso gioco di parole dove ci si è divetriti a inferire a quest’ultime delle significanze a nostro piacimento. Dalla chiacchiera, qualcuno potrebbe dire, ora si passa ai fatti. Io sono del parere che servono tutti e due, fatti e chiacchiere si compendiano a vicenda.

Hanno detto..

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