sublimina.it

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size






  research gate


omino_logo_sublomina


La Conoscenza è come una linea, dove sono i confini non ci è dato di saperlo.

Sublimina.it è un viaggio personale nel mondo del pensiero umano. Per raggiungere ogni meta c'è una via ed ogni via ha un ingresso. Questa è la mia porta personale, l'ho appena aperta. Ognuno ha la sua porta, qualche volta si ha bisogno, però, di intravedere cosa c'è al di là della porta altrui per mirare l'altrove che sta dietro la propria.  Ispirato da: Franz Kafka, Il processo (1925)


Su una Realtà Generale

E-mail Stampa PDF

Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo

Ludwig Wittgenstein - Tractatus Logicus-Philosophicus




Soprattutto quando una teoria non è formalizzata attraverso gli strumenti della matematica, la spiegazione dei fenomeni non può non passare per una qualche specie di metafora; chissà se la stessa matematica non può essere intesa come una grande metafora altamente simbolizzata. In ogni caso ciò che oggi vorrei delineare è un argomento dibattuto da secoli da filosofi e scienziati appartenenti ai più svariati campi del sapere.

Qual è il nostro rapporto con la realtà? Esiste una realtà esterna, e, se sì, in che rapporto essa sussiste con il nostro apparato cognitivo che disvela la nostra realtà interna? Fin da subito tengo a precisare che un tale argomento, seppur molto dibattuto, risulta essere molto spinoso in quanto i concetti che vengono usati per costruire una teoria attraverso il linguaggio sono essi stessi appartenenti alla teoria in un circolo autoreferenziale che non permette di chiarire al meglio cosa è all’interno della teoria stessa e cosa è all’esterno, cioè cosa fa da sfondo alla teoria in esame. Il problema è insito nell’uso del linguaggio, come ha sostenuto il primo Ludwig Wittgenstein nel Tractatus Logicus-Philosophicus:


I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo

o meglio

Che il mondo è il mio mondo si mostra in ciò che i limiti del linguaggio (del solo linguaggio che io comprendo) significano i limiti del mio mondo”.

Ludwig Wittgenstein nel Tractatus  ha anche sostenuto che “Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo” ed è da questa affermazione che si ingenera il ragionamento di seguito proposto.

Se esiste un mondo fisico “là fuori”, esso deve essere limitato dai nostri sensi. Sono i nostri sensi che pongono un limite all’illimitato “rumore” della realtà. E il termine “rumore” è qui utilizzato con tutta la carica scientifica che esso può sostenere. L’esperienza e la stessa scienza ci insegnano che l’evoluzione della conoscenza (scientifica) si è avuta attraverso una commistione di avanzamenti teorici (appartenenti alla sfera del puro pensiero e della pura creazione) e di avanzamenti tecnologici che hanno permesso di sottoporre al vaglio le teorie stesse. Gli strumenti della tecnica, essi stessi strumenti costruiti seguendo i dettami di una qualche teoria, hanno consentito di esplorare porzioni di realtà fisica altrimenti esistenti in un altrove difficile da inquadrare. Fu così per il telescopio in epoca galileiana, lo è oggi per gli esperimenti sulle onde gravitazionali, ma lo è stato anche attraverso strumenti tecnici il cui utilizzo è lontano dalla curiosità scientifica stessa, come, ad esempio, le navi di Cristoforo Colombo che hanno rotto il tabù delle Colonne d’Ercole rivelando il cosiddetto “Nuovo Mondo”.

La tecnologia moderna digitale che fa spazio alla comunicazione globale fa largo utilizzo di un bagaglio di tecniche che sono note come trattamento dei segnali. L’esistenza stessa di dispositivi quali smartphone o computer poggia sull’esistenza di una dicotomia tra il concetto di segnale che trasporta informazione e rumore che apparentemente è scevro di qualsiasi informazione utile. Nella stessa fisica delle particelle è segnale per il fisico la traccia lasciata dalla particella di interesse nell’acceleratore, mentre è rumore quel brulichio di particelle prodotte nelle collisioni che fanno da sfondo di rumore. Sintetizzando al massimo il lavoro del fisico delle particelle, egli, in fase di elaborazione dei dati sperimentali, testa modelli statistici che permettono di filtrare il segnale - la particella cercata - dal rumore. La stessa visione da parte degli organismi viventi, dall’apparato visivo più rudimentale appartenente a specie che vivono negli abissi oceanici fino a quello dell’homo sapiens, è una sorta di filtraggio delle informazioni ottiche che vengono sottratte allo sfondo di rumore per poi essere elaborate dal sistema cognitivo. In questi esempi possiamo notare che è l’oggetto della ricerca o in generale del fenomeno cognitivo che assegna il ruolo primario al segnale informativo ed uno secondario al rumore.

La Teoria dei Segnali d’altra parte insegna che il rumore, ad esempio, l’andamento della tensione a vuoto nel tempo di un resistore elettrico, è definibile come “rumore bianco” (white noise), ovvero un brulichio casuale dovuto a fluttuazioni termodinamiche il cui spettro in frequenza è in media piatto. Se questo venisse convertito in suono, e di fatto succede (con tutte le approssimazioni del caso) quando si accende un radioricevitore non sintonizzato su nessuna stazione trasmittente, sarebbe possibile vedere (o ascoltare) uno spettro sonoro in cui sono presenti con la stessa potenza tutte le possibili componenti armoniche. Non è che ciò che percepiamo come realtà esterna, l’Universo fisico per intero, è una sorgente di rumore che solo in un secondo momento i nostri sensi filtrano generando la scelta di cosa sia segnale e cosa sia rumore, permettendo ai sistemi cognitivi superiori di costruire la realtà? In questo quadro quindi l’Universo appare come una massa informe, chiamiamola anche pura energia, che viene sottoposta ad una serie di filtri, alcuni dei quali sono incarnati in noi in quanto evolutisi secondo selezione naturale, mentre altri sono stati costruiti successivamente dall’homo sapiens attraverso la tecnica.

Il segnale relativo alle onde gravitazionali che è stato rilevato il 14 agosto 2017 (il primo catturato da tre rivelatori dislocati spazialmente sul pianeta terra) proviene dai momenti finali della fusione di due buchi neri dalla massa di 31 e 25 volte quella del Sole e distanti dalla Terra circa 1,8 miliardi di anni luce. Esso è uno splendido esempio di informazione che prima di tale scoperta era nell’altrove. E’ stato dichiarato in più occasioni che tale fenomeno, per altro predetto da Albert Einstein con la Teoria della Relatività, ha aperto la strada ad una nuova astronomia e svelerà informazioni sulla natura dell’universo altrimenti inconoscibili. I rivelatori utilizzati, potentissimi ed altamente tecnologici, non sono altro che una versione aggiornata dell’antico telescopio galileiano. Essi costituiscono lo strumento tecnico che utilizziamo per sezionare la “nostra” realtà dal marasma informativo a spettro piatto che è la “realtà generale”. Ecco che torniamo all’archè dell’Universo di Anassimandro (610 a.C. circa – 546 a.C. circa), ovvero all’Apeiron, il principio per cui l’Universo è formato da un'unica materia nella quale i vari elementi non sono ancora distinti. Ciò mostra come i pensatori del passato avevano già percepito una serie di principi evidenti e li hanno resi noti attraverso il limiti del linguaggio e delle conoscenze del tempo. Quindi, assumendo la realtà “là fuori” come una massa indefinibile ed indefinita assimilabile al rumore, siamo noi attraverso i nostri sensi, siano essi biologici o estensioni della tecnica, a forgiare un sottoinsieme di questa realtà che percepiamo come totalizzante; di fatto essa ha una natura “stretta”. Siamo noi esseri senzienti a decidere in qualche modo cosa è degno di nota (segnale) e cosa lasciare nell’altrove (rumore).

A questo punto del ragionamento si perviene a due fatti essenziali. Il primo è relativo all’interpretazione della Teoria dell’Informazione di Claude Shannon (1916 - 2001), la quale trattando di sorgenti di informazione perviene, in linea di principio, a concepire come massimamente informativa una sorgente che emette puro rumore. Quindi ciò che comunemente si identifica come segnale utile è una diminuzione della casualità della sorgente di rumore che diventa statisticamente più prevedibile. Tale concezione relativa all’“informatività” è perfettamente coerente con quanto qui asserito. Un secondo fatto deriva da un’asimmetria essenziale presente nel processo di disvelamento della realtà, la stessa asimmetria che è stata ben chiarita da pensatori come Charles Sanders Peirce (1839 -1914) e Karl Popper (1902 - 1994), presente nel metodo scientifico ovvero che è possibile fornire un qualsivoglia numero di prove per validare una teoria, ma ne basta una sola per invalidarla. Inoltre una teoria scientifica rimane valida fin quando si trovano prove validanti. Le prove invalidanti, fin quando la teoria resta valida, risiedono effettivamente in un altrove difficilmente inquadrabile, nell’attesa di essere pescate. Lo stesso vale per la realtà generale. E questo ha che fare con i meccanismi relativi al principio logico di induzione. La realtà generale è questo altrove informe da cui di tanto in tanto si prelevano attraverso i sensi asserzioni che in un qualche modo vanno a compendiare la nostra concezione di realtà stretta (narrow reality).

In tal modo la conoscenza del mondo è un processo indefinito e qualsiasi essere umano vi si approccia al pari dello scienziato che studia un fenomeno scientifico. Probabilmente l’uso del concetto della dicotomia segnale utile rumore è solo un elemento di una mera metafora, in ogni caso essa aiuta ad ammodernare, tramite i paradigmi attuali, le concezioni degli antichi filosofi relative ad un Universo primigenio informe ed indefinito.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Hanno detto..

You are here: L'ingegnere Errante Su una Realtà Generale