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La Conoscenza è come una linea, dove sono i confini non ci è dato di saperlo.

Sublimina.it è un viaggio personale nel mondo del pensiero umano. Per raggiungere ogni meta c'è una via ed ogni via ha un ingresso. Questa è la mia porta personale, l'ho appena aperta. Ognuno ha la sua porta, qualche volta si ha bisogno, però, di intravedere cosa c'è al di là della porta altrui per mirare l'altrove che sta dietro la propria.  Ispirato da: Franz Kafka, Il processo (1925)


Il filo tra l'arte e la robotica passa per la scultura

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Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima.
George Bernard Shaw


Tra arte arcaica e robotica postmoderna

We don’t understand ourselves. That’s why we want the computer to do it” (Noi non capiamo noi stessi. Ecco perché vogliamo che il computer lo faccia) è un’ espressione del Professore in Computer Science ed esperto di affective computing, cioè della capacità di  Grzegorz J. Nalepa dell’Università AGH di Cracovia in Polonia. Tale affermazione è un punto di partenza interessante nel tentativo da una parte di dirimere il mistero antropologico dell’uomo, e dall’altra per cercare di sbrogliare un filo che parte dalla preistoria ed arriva ai giorni nostri. Di fatto oggi siamo nell’era del digitale e se non ancora massificata, stiamo entrando nell’era della robotica. Gli esperimenti nei più svariati laboratori tecnologici sia pubblici che privati sono numerosissimi. Ormai chiunque ha un’idea di cosa sia un robot e di quali potenzialità dispone. E’ di questi tempi il dibatto sulle intelligenze artificiali e sui robot in particolare a cui viene additata la colpa per la profonda trasformazione del lavoro e addirittura per il crescente tasso di inoccupazione nelle economie occidentali avanzate. Non a caso il termine robot deriva dal termine ceco robota che significa lavoro pesante o lavoro forzato. Ma al di là dell’utilità (o dell’inutilità) dei futuribili robot nella nostra società, cosa è che accomuna un robot umanoide con l’arte o addirittura con la propriocezione?

Andando a ritroso nel tempo il mito di un essere umano artificiale si fa risalire al mito di Pigmalione, riportato dallo scrittore del III secolo Arnobio e descritto bene dal poeta Ovidio (Le metamorfosi, X, 243-297) il quale ci racconta che Pigmalione, uno scultore dell’Antica Grecia, aveva realizzato una statua rappresentante una figura femminile secondo il proprio canone di bellezza e finì per innamorarsene, tanto da dormirle finanche accanto. Un giorno, in occasione delle feste in onore della dea Afrodite, Pigmalione recandosi al tempio della dea la pregò di trasformare la sua statua in una creatura vivente e la dea lo accontentò, tanto che Pigmalione e la statua si sposarono ed ebbero una figlia. Un’altra testimonianza è l'antica leggenda di Cadmo, che seppellì dei denti di drago i quali si trasformarono in soldati, oppure Tupilak, entità che può essere creata da uno stregone per dare la caccia e uccidere un nemico, presente nei miti e leggende nord canadesi e della Groenlandia. Non si può non citare il Golem, figura mitica e simbolica di un essere simile ad un automa, costituito da una materia a cui è stata infusa in modo artificiale la vita e che può diventare un pericolo per il suo stesso artefice. Il Golem, a differenza del “mostro di Frankenstein” ideato da Mary Shalley (1797 - 1851) che era composto da parti umane, è il prodotto di un atto creativo basato sulla parola e risale alla tradizione giudaica e cabalistica. Mentre Frankenstein era un cyborg (possedeva sia parti umane che artificiali), il Golem era un vero e proprio androide che arrivava ad incutere paura nel proprio stesso creatore. Anche Leonardo Da Vinci, intorno al 1500, ideò un cavaliere meccanico capace di muovere gambe e braccia, basandosi, con tutta probabilità, sui suoi studi sull’uomo vitruviano. Ma a Jacques de Vaucanson (1709 - 1782) si fa risalire l’invenzione del primo automa, dopo aver inventato un telaio automatico e una ruota automatica per la tessitura a spina di pesce. L’automa di Vaucanson consisteva in un piccolo flautista dotato di labbra mobili ed una lingua meccanica che dirigeva il flusso dell’aria e mani con dita mobili capaci, tramite punte in pelle, di aprire e chiudere i registri del flauto. Nella letteratura, intorno al 1800, iniziano a comparire racconti fantastici popolati da automi, come L'uomo di sabbia (1817) ad opera dell’esponente del Romanticismo tedesco E.T.A. Hoffmann (1776 - 1822), dove vi era una donna a forma di bambola come protagonista oppure Storia filosofica dei secoli futuri (1860) in cui Ippolito Nievo (1831 - 1861) indicò l'invenzione dei robot (da lui chiamati “omuncoli”, “uomini di seconda mano” o “esseri ausiliari”) come l’invenzione più importante della storia dell’uomo. Da qui storie di automi o robot iniziano a costellare il panorama culturale del 1900 con i film Metropolis (1927), il popolare Guerre stellari (1977), Blade Runner (1982) e Terminator (1984), solo per citarne alcuni tra i principali. La storia dei giorni nostri è nota e, come si diceva pocanzi, la robotica, se ancora in fase sperimentale e non massificata, è una futuribile realtà. Basti pensare ai robot umanoidi giapponesi di Hiroshi Ishiguro, docente all’Università di Osaka, che sono copie quasi indistinguibili dagli esseri umani. Il professor Ishiguro è noto al grande pubblico soprattutto per aver creato addirittura un clone di se stesso. Tali sue creazioni si differenziano da altri famosi robot (vedi Asimo di Honda) per la loro quasi indistinguibilità dagli esseri umani nelle sembianze corporee, in quanto replicare l’intelligenza, il comportamento ed in genere le capacità cognitive umane è tutt’altra storia. Lo scienziato sostiene che “quando sostituiamo un umano con un androide, possiamo comprendere l’umano”.  

Hiroshi Ishiguro

Il professor Hiroshi Ishiguro con un androide

Ecco che ritorna il leitmotiv iniziale: comprendere noi stessi, attraverso la costruzione di un’entità che ci rassomigli il più possibile. Cosa significa specificatamente  “che ci rassomigli il più possibile”? Per tentare una risposta può essere utile partire da una definizione di robot presa in prestito dalla letteratura tecnica [1]: “I robot sono sistemi artificiali dotati di un corpo, di attuatori, sensori ed un sistema nervoso, situati in un ambiente fisico ed eventualmente sociale con il quale interagiscono”. A dire il vero questa definizione piace ai sostenitori della robotica autonoma, branca della robotica e dell’intelligenza embodied, i quali sostengono fermamente che robot intelligenti e capaci di funzioni cognitive non possono prescindere da un corpo fisico che interagisce con l’ambiente. Quindi un robot moderno deve avere qualcosa che sia simile, almeno dal punto di vista funzionale, ad un sistema nervoso e a un sistema sensomotorio per poter interagire con l’ambiente. Tuttavia, dobbiamo essere franchi ed ammettere che i concetti di “sistema nervoso”, “sistema percettivo” e di “cognizione” stessa sono relativamente recenti nella storia dell’uomo. Ma andiamo per gradi. Lo psicologo Julian Jaynes (1920 – 1997) nel suo celebre saggio La mente bicamerale e l’origine della coscienza (1976) sosteneva, come prova a sostegno di una rivisitazione della datazione relativa alla nascita della coscienza e di una nuova definizione della stessa, che nello studiare i testi antichi “gli studiosi proiettano la loro soggettività senza rendersi ben conto della gravità della loro distorsione” [2]. Seppure le illuminanti idee di Jaynes hanno attecchito poco negli studi moderni sulla coscienza in generale, le sue idee in merito alla proiezione della soggettività degli studiosi moderni sui testi antichi è degna di nota e di fatto ricca di buon senso. Lo psicologo sosteneva quindi di leggere i testi antichi cercando di eviscerarli dai nostri “preconcetti” moderni; ad esempio Jaynes invita a rileggere l’Iliade secondo quest’ottica e di considerare il significato di molte parole come poteva essere concepito dall’uomo del II Secolo a. C.. Egli ci suggerisce che, ad esempio, il termine psyche solo successivamente passò ad indicare “mente cosciente”, mentre in origine  essa doveva indicare sostanze vitali come il respiro o il sangue. Di fatto la maggior parte dei termini che oggi riferiamo a emozioni o sensazioni sono anatomicamente localizzate e al tempo stesso, data la non evoluta struttura cosciente rispetto all’uomo moderno, fanno parte del dominio dell’azione e non del pensiero cosciente come lo consideriamo oggi. In definitiva lo psicologo ci suggerisce che l’eroe dell’Iliade non ha una soggettività come la nostra, non ha la consapevolezza della sua consapevolezza del mondo, non ha probabilmente un “io”. Assieme ad una serie di ragionamenti simili, Jaynes ipotizza che la forma mentale dei micenei, e di popolazioni anche più recenti come gli Aztechi, sia marcatamente differente dalla nostra, tanto da fornirgli un appellativo: mente bicamerale.

Partendo dai presupposti di Jaynes, quando oggi assistiamo ad un robot in azione potremmo essere portati a pensare che un tale oggetto tecnologico sia relativamente recente e non abbia nessun collegamento con il passato se non con Pigmalione, che sposa la sua statua tramutata in essere umano dalla dea Atena. Oggi è richiesto ad un robot di possedere un sistema cognitivo ma, se ci si pensa, nella preistoria era impossibile una tale pretesa. Di fatto i robot odierni e quelli di là da venire sono un narcisistico impeto che l’uomo fin dai primordi ha avuto nel rappresentare se stesso, proprio come Narciso, famoso per la sua bellezza e che, preda dell’incantesimo della dea Nemesi,  si innamora di se stesso mentre per caso si trova a specchiarsi in una fonte e che morirà struggendosi per aver compreso che quel bellissimo giovanetto era lui stesso e che non sarà mai capace di ottenere l’amore da quest’ultimo. Ecco che gli automi, seppur considerati capolavori di ingegneria e visti in un’ ottica funzionalistica come entità capaci di sbrigare lavori pesanti e ripetitivi, non sono altro che il continuum di un filone apertosi con quello che la storiografia riferisce come arte preistorica e che va dal paleolitico fino all’età del bronzo. I primi oggetti degni dell’appellativo “artistico” si fanno risalire, nella storia dell’uomo, a circa 30-40000 anni fa, durante il paleolitico, all’epoca dell’uomo di Neanderthal e dell’Homo Sapiens. In quest’era vengono datate le prime rappresentazioni di scene di caccia e proto-sculture di entità femminili, scolpite ed incise in materiali come corno, avorio, ossa o pietra. Tuttavia la rappresentazione umana in questo periodo era rarissima e sovente stilizzata, essenziale nelle espressioni e a carattere propiziatorio, in definitiva primitiva. Se in questo periodo le impronte delle mani rinvenute nelle caverne fanno pensare ad una proto-individualità, nel neolitico la figura umana, sempre stilizzata, inizia a comparire come carattere ornamentale in utensili di vario genere, come vasi di terracotta. Approdando all’arte greca arcaica, possiamo osservare un forte balzo in avanti nella rappresentazione dell’uomo, soprattutto nella scultura. Di fatto la coppia di kuroi, tradizionalmente chiamata come Klèobi e Bitone, ritrovata alla fine dell'800 presso il santuario di Delfi, è un esempio di statuaria greca arcaica, di stile dorico, dove l’uomo è ben rappresentato, anche se la dinamica e le proporzioni classiche e ellenistiche erano di la da venire. I due androidi Klèobi e Bitone hanno proporzioni tozze e massicce, sono essenziali nelle forme anatomiche che sono anche compatte e unite, con articolazioni appena accennate. Possiamo azzardare che la compostezza ieratica delle statue, oltre a indicare solennità, è una caratteristica delle limitate capacità del tempo nel rappresentare la figura umana nella sua totale dinamicità.  

I due androidi Klèobi e Bitone

I due androidi Klèobi e Bitone (1)

Tali limiti sono stati ben superati, ad esempio nel gruppo scultoreo del Laocoonte, datato in epoca ellenistica, dove la rappresentazione dell’essere umano raggiunge caratteri sublimi. La posa instabile, data dalla necessità di liberarsi dalla stretta dei serpenti e la torsione del busto di Laocoonte, mostra la conquista di sopraffine tecniche artistiche nel modellare la pietra e nel rappresentare la dinamicità dell’azione da parte degli scultori greci.  Anche in epoca classica si hanno esempi di rappresentazione dell’essere umano nella dinamicità del compiere un’azione. Il Discobolo di Mirone ne è l’emblema. Si suole sottolineare nel descrivere quest’opera che, sebbene in apparenza il Discobolo sembri colto in una posa naturale (nel preciso istante in cui si appresta a scagliare il disco), la posizione è stata costruita artificiosamente dall'artista, in modo da evidenziare l'eleganza e la perfezione di quel gesto atletico. Con un pizzico di sfrontatezza si può azzardare che se Mirone avesse avuto la possibilità con altri materiali e con altre tecniche, come articolazioni e muscoli artificiali, avrebbe avuto la tentazione di costruire un androide capace di lanciare il disco per davvero. E se no lo avesse fatto Mirone, sicuramente qualcun altro lo avrebbe realizzato, ma all’epoca di materiali composti da nano-tubi di carbonio, esoscheletri ultraleggeri e chip di silicio, non se ne aveva la minima conoscenza. Nonostante ciò le sculture antiche ricche di una drammaticità senza precedenti vanno a stuzzicare i nostri sistemi cognitivi che ne riconoscono gli schemi spaziali, le azioni in fase di compimento e perché no, le emozioni scolpite nel volto come l’espressione dolorosa di Laocoonte, le cui sinuose e severe curve forniscono un grande pathos a tutta la scena. Questo può essere un esempio di affective computing, anche se fa sorridere chiamarlo così proprio perché tale filone di ricerca è moderno e contestualizzabile solo ai giorni nostri (notiamo che in questo caso gli avvertimenti di Jaynes sulla soggettivizzazione dei contenuti e sulla contestualizzazione errata sono non solo veritieri ma facilmente riscontrabili). Di nuovo, possiamo ora balzare dalle rappresentazioni delle statue Greche fino ai giorni nostri, agli androidi con pelle di silicone e capelli umani del Professor Ishiguro, oppure ad altri numerosi esperimenti di robot con marcata mimica facciale al fine di comunicare espressioni, come il famoso Han della Hans Robotics.

Laocoön and his sons, also known as the Laocoön Group

Gruppo scultoreo del Laocoonte (2)

Probabilmente, ma per dirlo bisogna purtroppo aspettare, anche oggi i laboratori di robotica stanno sperimentando limitate capacità realizzative dovute a carenze di tecniche, materiali e idee. Forse tali limitazioni saranno superate e la stessa dinamicità drammatica del Laocoonte sarà ravvisata sui futuri robot umanoidi. Ciò ci riporta all’affermazione di partenza secondo la quale costruiamo robot per cercare di comprendere noi stessi. Se prendiamo nuovamente in prestito le intuizioni dello psicologo Julian Jaynes è possibile comprendere da dove nasce questa necessità e dove ci stiamo dirigendo. Jaynes ipotizzava che l’uomo preistorico, specialmente prima dell’invenzione della scrittura, che è generalmente considerata come un passaggio di stato (come per l’acqua che balza dallo stato solido a quello liquido) cognitivo, avesse una forma mentale (la mante bicamerale) del tutto differente da quella dell’uomo attuale. Si potrebbe affermare con Jaynes che se un uomo preistorico fosse stato sottoposto a visita psichiatrica, sicuramente gli sarebbero state diagnosticate turbe psichiche e comportamenti paranoidi riscontrabili nella schizofrenia. Sarebbe da domandarsi ora cosa penserebbe dell’uomo moderno uno psichiatra preistorico, probabilmente proporrebbe una diagnosi simile. In ogni caso le ipotesi di Jaynes si basano tutte su una serie di indizi disseminati nella preistoria e nella storia dell’uomo. Ad esempio la differente percezione della morte nella cultura egizia come in quelle precedenti, data dai ritrovamenti e dalle rappresentazioni, nonché da pratiche di mummificazione, sepoltura e rituali in cui affianco al cadavere conservato in casa i familiari continuavano a depositare del cibo per parecchi giorni, mostra come l’accettazione di un corpo che muore in cui l’anima svanisce sia qualcosa di recente. Jaynes ipotizza che nella proto-coscienza di queste culture l’effetto evocativo dei familiari morti continuava a funzionare anche dopo la morte così da spingere i vivi a continuare a nutrirli e riverirli. Egli sosteneva addirittura che coloro che possedevano una mente bicamerale vivevano soggiogati da voci nel cervello che erano molto più forti e ammonitorie della voce del pensiero dell’uomo di oggi. Proprio come per i bambini che nel compiere una malefatta sentono la voce ammonitoria del genitore che gli vieta quell’azione, oppure per gli schizofrenici che nelle fasi acute possono sentire le “voci nel cervello” e compiere gesti o azioni eterodirette da queste ultime. Sempre secondo lo psicologo, tutta la cultura iconografica antica (specialmente quella religiosa, ma non solo) e perché no, anche quella moderna, assieme a idoli e dèi, ha un carattere evocativo. Dalle antiche tavolette votive alle icone dei santi alle statue sacre, erano tutti elementi a carattere evocativo che parlavano attraverso le “voci nel cervello”. Tali tesi sono corroborate dalla comprovata cultura orale che caratterizzava i popoli dell’antichità. In definitiva secondo Jaynes l’uomo viveva in uno stato allucinatorio (rispetto ad oggi) e figure come i Re o i Faraoni avrebbero avuto la loro tenuta sul popolo grazie al loro carattere evocatorio, tesi che potrebbe valere con le dovute cautele anche oggi. Jaynes in tali allucinatorie voci intravede anche la nascita di Dio come entità apparentemente esterna che parla, emana moniti e comandi attraverso la mente. A questo punto possiamo azzardare che, attraverso la costruzione di robot che siano simili all’essere umano sia dal punto di vista antropomorfo che da quello cognitivo, l’uomo moderno continua a perpetrare la propria necessità di creare un idolo, un simulacro di sé stesso che abbia un carattere evocatorio che è andato affievolendosi, come ammette lo stesso Jaynes, con l’invenzione della scrittura e con quello che può chiamarsi il passaggio dal Mitos al Logos.

Il filosofo tedesco Ernst Cassirer (1874 - 1945) riteneva che l’uomo conosce il mondo attraverso delle forme fondamentali della comprensione del mondo che sono forme simboliche: il mito, l’arte, il linguaggio o anche la conoscenza. Per l’appunto, oggi, con l’avanzare della tecnica, con la costruzione della bambagia semiotica che ci ha reso esseri simbolici, servono maggiori sforzi, da qui gli ingenti finanziamenti nella robotica, per costruire il Golem evocatore, i Monstrum di latta in cui possiamo rispecchiarci e, perché no, che sia capace di darci amore beffandosi del povero Narciso. Nel caso dei robot il carattere evocatorio sarebbe totale, interattivo e real-time e potrebbe portare l’umanità verso una nuova dimensione ultramoderna le cui sorti sono oggi inconoscibili.

Ecco che un sottile filo che si perde nella notte della preistoria, passa per le conquiste nella rappresentazione dell’uomo della scultura Greca e non solo, unisce opere strabilianti relegate al mondo dell’architettura ingegneristica come i robot alla sete di conoscenza di noi stessi. Possiamo affermare che seppure la scultura e altre forme di rappresentazione come forme d’arte continuano ad esistere oggi, c’è stato un momento nella storia che esse hanno avuto un carattere totalizzante nella rappresentazione dell’uomo, mentre oggi non è così. Lo stesso è stato in tempi recenti per la fotografia o il cinema e il loro carattere evocativo. L’arte di costruire architetture androidi è un’evoluzione stilistica della stessa arte che spingeva a modellare la roccia, solo che la scultura (o la fotografia) seguono rami secondari nell’albero dell’evoluzione, come le scimmie antropomorfe rispetto all’uomo.




[1] Nolfi, S. (2009). Che cos' è la robotica autonoma. Carocci.

[2] Jaynes, J., & Sosio, L. (1984). Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza (Vol. 84). Adelphi.

(1) Di en: User:Adam Carr - first uploaded as en:Image:Ac.kleobisandbiton.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=783609

(2) Di English: Hagesandros, Athenedoros, and Polydoros - LivioAndronico (2014), CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36412978

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