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La Conoscenza è come una linea, dove sono i confini non ci è dato di saperlo.

Sublimina.it è un viaggio personale nel mondo del pensiero umano. Per raggiungere ogni meta c'è una via ed ogni via ha un ingresso. Questa è la mia porta personale, l'ho appena aperta. Ognuno ha la sua porta, qualche volta si ha bisogno, però, di intravedere cosa c'è al di là della porta altrui per mirare l'altrove che sta dietro la propria.  Ispirato da: Franz Kafka, Il processo (1925)


Maledetta tecnologia che tu sia benedetta!

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Il Web è progettato per essere universale: per includere tutto e tutti.

Tim Berners Lee


Social media, Nuovi media, Algoritmi, Big Data, Era Digitale, Informazione, Internet, Intelligenza Artificiale, Conoscenza, Cibernetica, Vita.

La tecnologia è da amare o da odiare? O possiamo semplicemente essere neutrali ad essa? Partendo da un approccio situato in qualche punto interno al triangolo i cui vertici si riferiscono ai sostenitori del determinismo tecnologico, del determinismo sociale e della neutralità della tecnologia, si intende discutere la centralità di questa e dei suoi sottoprodotti alla luce dell’approccio complesso che scaturisce dalla disciplina della Teoria della Complesità.


technology simulacraTi abbiamo tanto amato o tecnologia, adesso perché ti ribelli al tuo creatore? Perché, ammasso di chip di silicio che non sei altro, hai trangugiato il pomo biologico della discordia?

Una frase che la rete con la sua frettolosa viralità ha attribuito ad Albert Einstein, anche se pare che non vi è citazione rintracciabile (non mi interessa in questo frangente poiché e bella ed espressiva di per sé e non per chi l’ha pronunciata), recita: “temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti”. Può la tecnologia andare oltre la nostra umanità solo per generare idioti? A questo punto mi sovviene, prima ancora di qualsiasi concreto giudizio, l’immagine dell’esoscheletro Hybrid assistive limb, in via di sviluppo in collaborazione con un’università giapponese per potenziare le possibilità di persone affette da gravi disabilità motorie e allo stesso tempo mi si contrappone l’immagine tratta da un’esperienza di non molto tempo fa, sul woterfront di Toronto, mentre rincasavo, bicicletta alla mano, all’imbrunire. Ho notato nella penombra data dal sopraggiungere dell’oscurità una miriade di luci, alcune immobili altre in lenta oscillazione. Erano centinaia di smartphone nelle mani di persone che mi circondavano; mi sono fermato per cercare di capire se vi fosse qualcuno che stesse dialogando. Saranno state cinquanta persone, non sono riuscito a scovare la traccia di un dialogo, solo teste curve su uno schermo sfiorato di tanto in tanto dalle dita. Sarà stata anche l’incombenza dell’imbrunire che ha reso meno visibile la presenza dell’altro, ma scene come queste ormai sono la normalità, non solo in metropolitana. Esse lasciano percepire “lontananza” che non significa più lontananza geografica, bensì lontananza della mente nel presente spazio-temporale, pur stando i corpi anche a stretto contatto. Qualcosa sta cambiando profondamente nei nostri modi di interagire e relazionarci.

Di esempi di dicotomie sull’utilità/inutilità della tecnologia e di alcune scoperte scientifiche, se non tutte, ve ne sono una infinità. La scoperta dell’atomo con l’energia nucleare. L’invenzione del transistor e la possibilità di fare calcoli velocemente come veniva percepita nel secolo scorso, l’invenzione del transistor per poter usufruire di smatphone, tablet e computer per poter comunicare e lavorare meglio, come viene percepita oggi nell’era digitale. La televisione come elemento di alfabetizzazione e livellamento socioculturale, come veniva percepita il secolo scorso, la televisione come strumento oppiaceo di addomesticazione di massa come per lo più viene percepita oggi. La stessa tecnologia può essere intesa come un monstrum frattale in cui ad ogni ingrandimento si scovano dei pezzi che sono utili e che sono pericolosi al tempo stesso. L’esoscheletro meccatronico può permettere di deambulare a persone che oggi sono costrette sulla sedia rotelle, se non a letto, in un mondo che, seppur si sforza con l’abbattimento delle barriere architettoniche, è costruito in larga parte per in normo-abili. Allo stesso tempo, l’esoscheletro può potenziare la forza di un operaio, come faceva il muletto e limitare il deperimento causato dal lavoro pesante in una fabbrica. L’esoscheletro, però, può essere utilizzato dall’esercito per accrescere le abilità dei soldati in guerra. Proprio come l’energia nucleare, tanto dibattuta, ma comunque sempre meno pericolosa nel suo impiego civile nelle centrali elettriche, rispetto a quello militare, nelle testate non convenzionali dei missili da crociera. Medicine con principi attivi composti in laboratorio da molecole che salvano la vita e molecole che generano dipendenza e vengono poste sul mercato nero delle mafie e vendute come droghe. A parte le droghe “naturali”, la sintesi di una droga sintetica è data grazie alle stesse leggi ed agli stessi supporti tecnologici che consentono di sintetizzare un vaccino o una nuova molecola. La stessa tecnologia alla base di smartphone e tablet, la stessa rete Internet, sono oggi utilissime per portare a termine operazioni chirurgiche e salvare vite che un tempo sarebbero state date per spacciate. Di esempi ce ne sono moltissimi, anzi potrei azzardare a dire che qualsiasi invenzione ha un doppio risvolto e come si è soliti ribadire, la tecnologia in sé stessa è solo un mezzo, non è né bene né male, è l’utilizzo che le imprime una natura angelica o diabolica. E’ proprio così? La risposta è alquanto difficile eppure, prima ancora di conoscerla, con la tecnologia ci dobbiamo convivere. L’immagine di tante persone chine sullo smartphone su un treno odierno non è poi tanto distante come l’immagine di tante persone chine su un libro tascabile al tempo dell’esplosione di questo formato, che in Italia pare risalire al primo dopoguerra con la casa editrice BUR. Come sosteneva Umberto Eco, in una sua celebre “Bustina di minerva” che soleva pubblicare periodicamente su un noto giornale, la contestualizzazione storica è importante e non solo, prima di dare un giudizio sulla propria epoca, prima di giudicare se il numero dei suicidi minorili è il più grande di sempre e quindi stiamo andando verso la rovina, bisogna dilatare tempo e spazio, altrimenti si incorre nel vedere solo quello che inquadra la telecamera di turno del “media” di turno. Anche i libri e i giornali devono aver fatto venire in mente a qualcuno che avrebbero creato “distanze”, quantomeno nelle sale d’attesa o sui mezzi pubblici. Eppure soprattutto i libri sono considerati uno strumento di libertà, uno strumento che permette di elevarsi, il nutrimento primario dello spirito, ciò che consente di accarezzare la propria anima. Facebook, forse non a caso, sarebbe tradotto in Italiano come “Faccialibro”, e di fatto quando nacque era per lo più un libro (consultabile via web browser) composto da facce che sceglievamo come amiche, siano esse di veri amici o di amici virtuali conosciuti in rete. Oggi, nel 2016, il super tecnologico social network di Mark Zuckemberg è un po’ più di un libro elettronico con facce. Esso è un contenitore inclusivo che veicola molteplici classi di contenuto che si differenziano anche a seconda del tipo di codice usato per comunicare i contenuti stessi. Perché però alcuni intellettuali hanno l’impressione, anche chi ne è un assiduo utilizzatore, che i social, molto spesso, invece di essere un nutrimento primario, uno strumento di cultura e di elevazione della propria anima sono percepiti, bensì, come uno strumento di appiattimento e di slavamento culturale? Come funziona davvero Facebook? E twitter? Come funziona la rete internet moderna (semantica)? Propongono essi, esempi della cosiddetta connettività o nuovi modi del suicidio come è accaduto alla ragazza partenopea Tiziana Cantone a causa di un video intimo dal carattere pornografico divulgatosi viralmente in rete o dell’adolescente francese che qualche tempo fa si è suicidata in diretta web, annunciando il proprio triste destino, un attimo prima di portarlo a compimento? Questi nuovi modi del suicidio sono figli della tecnologia? Oppure la tecnologia ci svela semplicemente ciò che prima era nascosto nella non ubiquità dell’informazione? La visione positiva della tecnologia e della scienza come strumenti per migliorare le capacità umane dal livello cognitivo a quello prettamente fisico del Movimento Transumanista (talvolta indicato con H+) si contrappone alla visione, detta in generale, catastrofista dove la tecnologia è percepita come uno strumento disumanizzante e allo stesso tempo di predominio delle masse utile a perpetrare le strutture di potere ben consolidate nella storia. Esoscheletro come strumento per compiere il “miracolo” del camminare e restituire una vita più dignitosa ai disabili o strumento di sopraffazione degli eserciti sui popoli ostili o sul proprio stesso popolo? La questione risulta alquanto spinosa eppure da un verso deve essere presa. Proprio durante il mio dottorato, ahimé in materie scientifico tecnologiche con specializzazione in una sotto-disciplina afferente all’Intelligenza Artificiale, un video dal titolo “The animated guide to a Ph.D.” [1], capitatomi mentre surfavo il web mi ha molto colpito. Esso in una grafica semplice e con una musica accattivante diceva: immaginate un cerchio (tracciandolo) che contenga tutta la conoscenza umana. Poi continuava: “dal tempo che hai finito le suole elementari conoscevi un pochetto”, mostrando un punto al centro. Alla schermata successiva tale cerchio cresceva e la frase di accompagnamento recitava: “da quando hai finito le scuole superiori tu conosci un poco di più”. E ancora: “con la laurea triennale tu hai guadagnato una specializzazione”; questa volta il cerchio invece di crescere in maniera concentrica, spunta da un lato di quello sorto in precedenza come se fosse un bozzo. E ancora: “la laurea specialistica approfondisce questa specializzazione e leggendo articoli di ricerca scientifica ti porta sulla soglia della conoscenza umana”; questa volta il bozzo si dilata allungandosi fino a lambire, senza superarlo, il cerchio più esterno, quello relativo all’intera conoscenza. Poi una inquadratura nuova si focalizza nella zona del punto di contatto: “spingi verso questo confine per pochi anni… Fino al giorno che il confine ti apre una strada”, e la punta del bozzo deforma infinitesimamente il confine creando un’intaccatura. “E quell’ intaccatura che hai creato è chiamata Ph.D”. Infine il focus si sposta verso un ingrandimento ancora maggiore dell’intaccatura e proprio mentre se ne allontana velocemente di nuovo mostrando il cerchio della conoscenza per intero, il narratore testuale ammonisce: “sicuramente il mondo ti appare diverso, ma non dimenticare l’immagine nell’insieme”. Tra le tante immagini metaforiche e riflessioni che il video ci suggerisce una è alquanto chiara. Man mano che si procede nel percorso, perlomeno quello scolastico pre-tracciato, verso la conoscenza, aumenta la specializzazione in un dato ambito, specializzazione che ti permette di ambire a padroneggiare una porzione infinitesimale dell’intera conoscenza umana. In una società moderna, la specializzazione è un pregio e l’intero monstrum tecnologico necessita anche individui iper-specializzati. Cosa accade di converso? L’iper-specializzazione e la parcellizzazione del lavoro portano ad una miopia rispetto al resto della conoscenza generando quelli che poi vengono definiti problemi etici. E’ noto che nonostante esistano studiosi attenti all’etica delle tecnologie, si pensi alla bioetica e alla roboetica, essa spesso non arriva all’attenzione di coloro che sono intenti a creare e a vendere tecnologia o quantomeno vi giunge con una tale debolezza che sortisce come un totale disinteresse. Vi è anche una terza via, la comunicazione giunge e innalza il livello di consapevolezza, ma l’affare economico copre gli occhi degli addetti ai lavori con spesse fette di prosciutto stagionato. Quanto è complessa la tecnologia? La scienza manipola abbastanza agevolmente il concetto di complessità, anche se ad una soluzione non vi si è ancora arrivati con chiarezza, tanto che il filosofo Edgar Morin sosteneva che “la complessità è una parola-problema e non una parola-soluzione” [2]. Cosa c’entra la complessità? Dopo l’iper-specializzazione e la parcellizzazione del lavoro che non consentono di avere una visione di insieme tale da far nascere giudizi etici sulla portata del proprio operato, giunge la complessità della tecno-sfera, una realtà tecnologica tutt’altro che irreale che permea il nostro pianeta e ne costituisce, in un certo senso, una protesi artificiale, una specie di sistema cognitivo cibernetico che aggroviglia il pianeta. L’interconnessione dei dispositivi, grazie alla cosiddetta interoperabilità, fornita da interfacce su cui operano protocolli rigidi, ma intelligenti e dinamici, e standard comuni e grazie ai supporti fisici prodotti in continuo miglioramento ha aumentato la complessità della tecno-sfera, la quale nasce originariamente come una serie di elementi separati, un sistema composito o un complesso semplice. Poi essa si evolve, grazie all’ingegno umano, in un complesso complicato in cui il tutto risulta più della somma delle sue parti. Di fatto emergono applicazioni, nuovi usi dei dispositivi, della rete e della tecnologia in generale, che non erano stati davvero pensati al momento che si stava producendo quella particolare tecnologia: una sorta di serendipity tecnologica. Questi effetti nella Teoria della Complessità sono noti come “emergenza”. Quindi a questo punto abbiamo anche un ulteriore fardello: la tecno-sfera, nonostante sia composta da elementi deterministici costituenti, è un qualcosa che si avvicina molto ad un modello di Sistema Complesso, nel suo insieme e nell’interazione con noi esseri umani. Per i transumanisti non c’è da preoccuparsi, anzi Ray Kruzweil, scienziato e futurologo americano, ritiene in un suo famoso saggio [3] che la conoscenza e la tecnologia procedono con trend crescenti, grazie all’effetto rete, in maniera addirittura più che esponenziale. Egli stima che tra circa trenta anni si raggiungerà il punto di singolarità in cui le intelligenze umane e cibernetiche si fonderanno ingenerando una super-intelligenza mai comparsa sul nostro pianeta permettendoci di compiere azioni strabilianti e con tutta probabilità di ottenere, qui su questa terra tramite l’ingegneria genetica, la vita eterna.

Di tanto in tanto possono sorgere nella mente pensieri molto particolareggiati che spesso vengono scartati coscientemente poiché troppo particolareggiati. Ora ne provo a proporre uno, legato a quanto si sta affermando. Il pensiero nasce da quando il mio professore E. Mencuccini, insegnante di fisica ed elettromagnetismo all’università la Sapienza di Roma e giovane assistente di E. Fermi, scherzò sull’elettrone, dicendo che è talmente reale la sua esistenza (non lo era nel periodo storico in cui fu proposto) che oggi viene addirittura venduto! Con ingenti guadagni di compagnie statali e non. Di fatto l’elettrone viene venduto come le cozze al mercato del pesce; è un punto di vista particolare, ma effettivo e inoppugnabile. Da quando ad opera di Guglielmo Marconi è stato possibile pragmaticamente inviare un messaggio tramite la trasmissione di un onda elettromagnetica dai colli bolognesi fino in Inghilterra, facendo un viaggio transoceanico in una frazione di secondo il mondo è davvero un altro luogo. L’invio del segnale elettromagnetico ha permesso, tramite il mezzo fisico “onda elettromagnetica”, di inviare “informazione” quasi istantaneamente in due punti del globo separati da migliaia di chilometri di mare, terra e monti. In un certo senso da allora è stato possibile mettere in comunicazione quasi istantanea la maggior parte dei luoghi del pianeta. Posso immaginare di innescare una relazione causa-effetto tra due luoghi remoti, che un tempo era impensabile. Un attentato comandato a distanza dall’Asia tramite un computer ed un cellulare imbottito di C4  che esplode in Africa ne è un triste esempio. In realtà noi stessi siamo “pezzetti di ecosfera” che reagiscono comunicando a velocità luminale con altri “pezzetti di ecosfera” disseminati sul globo terreste (qualcuno è anche in orbita geostazionaria sulla stazione spaziale internazionale); in realtà siamo più di questo. E’ comprovabile che la pervasività e l’ubiquità (uno dei laboratori in cui ho lavorato a Toronto era chiamato laboratorio di Computazione Pervasiva e Ubiquitaria) della tecnologia moderna ci ha reso esseri che non possono farne a meno, poiché il nostro stesso divenire, la nostra stessa crescita in termini sia di numero che di volumi economici dipende da essa.

Uno degli elementi necessari alla presenza della complessità e caratterizzante i cosiddetti Sistemi Complessi, qual è la tecno-sfera, è la forte interrelazione degli elementi che compongono il sistema, noti come sottosistemi. Nel mondo attuale qualsiasi sottosistema che possiamo proiettare nella nostra mente è fortemente interrelato con ogni altro. Con sottosistema si intende qui qualsiasi cosa sia parte dell’ “umano-sfera”. Se oggi qualcuno tentasse uno scherzetto e spegnesse Google, probabilmente più della metà dei lavoratori dichiarerebbe di non poter lavorare. Se spegnessimo la rete semaforica di Pechino in pochi minuti la città piomberebbe nel caos profondo. I precedenti esperimenti mentali trattano di esempi di sottosistemi legati alla tecno-sfera. Da un lato la tecnologia è diventata un ecosistema di difficile comprensione data la sua crescente complessità, dall’altro il suo mantenimento è legato a doppio filo con i nostri livelli di “consumo” e di crescita e con la nostra capacità di gestire lo stesso ordinamento sociale. Dall’altro, tale mantenimento necessita di una crescente iper-specializazione che come effetto avverso può rivelarsi come una miopia nella catena di cause ed effetto che si ingenera mettendo sul mercato una nuova tecnologia o compiendo un’azione a distanza attraverso le possibilità che quest’ultima offre. Un esempio strettamente analogo all’attentato a distanza dove dall’Asia si inviava un comando che innescava una carica di C4 collegata ad un cellulare a migliaia a di chilometri di distanza, può essere una commessa errata ad opera di un istituto finanziario su una commodity come il grano per il pane in un paese con economia soffocata o una vendita poco avveduta di grosse moli di titoli di debito di uno stato già sofferente finanziariamente. Pian piano i tasselli stanno prendendo il loro posto. La tecnologia pervasiva e ubiquitaria assieme alla possibilità di avere reazioni causa-effetto costituite da lunghe catene istantanee, ci permettono di comunicare con quasi qualsiasi punto del globo, di fruire dell’immensa conoscenza codificata in vari modi sulla rete e di avere una nuova identità sulla stessa con cui possiamo esprimere, ognuno a suo modo, il nostro carattere social. Non c’è bisogno che mi dilungo su come funziona il web e i social network, anche se non dobbiamo dimenticare che questi ultimi sono la punta di un iceberg costituito da una complicatissima e complessa infrastruttura di computer e reti di telecomunicazione che pervade il globo terrestre e, con i satelliti,  l’atmosfera superiore. Un elemento però è di interesse nella discussione: la presenza delle intelligenze artificiali. Non un intero libro ma un’intera biblioteca potrebbe essere messa su sul campo dell’Intelligenza Artificiale e ci porterebbe lontano. Restando ancorati ai social come nuovi media, una componente essenziale sono proprio gli algoritmi automatici, quelli che ci suggeriscono le amicizie, i libri da acquistare, i giornali da leggere (questi utili noti come recommender systems). Algoritmi che studiano i nostri gusti, i nostri modi di vivere, le nostre preferenze sessuali, il nostro orientamento politico e religioso. Algoritmi che matchano utenti, che fanno incontrare persone, che consentono la nascita di coppie e famiglie, algoritmi che suggeriscono community virtuali, che regolano il flusso del traffico automobilistico tramite le informazioni real-time apprese per mezzo di sensori disseminati lungo le arterie stradali. Possiamo iniziare ad intravedere la rete come una sorta di complesso, di organismo se volete, con una parte statica, diciamo strutturale ed una parte dinamica, che ribolle di informazioni elaborate e proposte agli utenti, informazioni composte da una miriade di dati che noi stessi abbiamo volontariamente immesso in precedenza. La controparte dinamica è quella intelligente in cui algoritmi di apprendimento automatico lavorano instancabilmente per fornirci la migliore esperienza, anzi non la migliore, ma quella più immersiva. Da una prospettiva più catastrofista, la gratuità della rete, e il patto non scritto secondo il quale immettiamo dati non solo personali nel circuito, ha un prezzo. La moneta di scambio è il nostro tempo, il nostro focus di attenzione e anche un po’ la nostra privacy. Il Word Wide Web, ribadisco da non confondere con l’Internet, è un luogo molto differente da quello immaginato ai primordi da Tim Barners Lee, considerato uno dei fondatori del WWW, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. A quel tempo il concetto di ipertesto era il massimo della spinta dinamica, rendeva le statiche pagine web un luogo dove poter fruire della conoscenza saltellando nell’ipertesto e quindi velocizzandone il processo di acquisizione. Oggi sulla rete ci sono i motori di ricerca (o il motore di ricerca) come Google con gli spider, che consentono di scovare e  collegare miliardi di pagine che di per sé sono tutt’altro che statiche. In rete ci sono i bot, elementi intelligenti alimentati da versioni di intelligenze artificiali in evoluzione che permettono anche di poter affrontare una conversazione di livello basico superando versioni semplificate del famoso test di Turing. Ci sono i social network ognuno con le sue prerogative di collegamento tra gli utenti, le cerchie di amicizie di Google+, gli amici e i conoscenti e le reti di Facebook, i follower e i following di Twitter con la sua struttura pressoché piramidale o di Instagram che, con medesima struttura, ha una preferenza per le foto e i video più che per i contenuti testuali. E poi c’è il deep web, quella porzione di contenuti, qualcuno giudica maggiore in massa rispetto al resto, non raggiungibili dai motori di ricerca usuali, ma raggiungibili solo tramite appositi client. In tale scantinato della rete è possibile acquistare armi o droghe, banconote false, documenti contraffatti e informazioni coperte. Come nota a margine è doveroso precisare che il pensiero in materia di impatto della tecnologia espresso in questo breve saggio si avvicina pericolosamente al cosiddetto “determinismo tecnologico”, corrente di pensiero sviluppatasi nella prima metà dello scorso secolo anche presso la scuola di Toronto ad opera di studiosi dei mass media come Harold Innis, Marshal Mc Luhan e Derrick De Kerckhove. Coincisamente, con determinismo tecnologico si è soliti indicare l’approccio secondo il quale si individua nella tecnologia la sola causa delle trasformazioni della nostra società e quindi anche della nostra evoluzione. Si è soliti, altresì, contrapporre tale concezione con il “determinismo sociale” in cui sono le forze sociali e politiche a condurre la storia dell’uomo e a determinare le basi per la nascita di nuove tecnologie. A parte la perfettibilità di queste brevi definizioni, nel dibattito socioculturale vi sono una miriade di autori il cui pensiero è ascrivibile a posizioni intermedie tra questi due poli. Di fatto il dibattito si è spostato tra coloro che si schierano a favore del determinismo forte in cui il destino dell’umanità è eterodiretto completamente dalla tecnologia e coloro che si schierano a favore di un determinismo debole in cui, anche se la tecnologia è una forza portante nell’evoluzione, l’essere umano ha ancora l’ultima parola in fatto di decisioni riguardanti il proprio destino. Gli strumentalisti sono convinti che gli “strumenti” tecnologici sono sotto il pieno controllo umano e la responsabilità sulle conseguenze della tecnologia nel nostro sviluppo e ascrivibile all’essere umano stesso. Vi è anche una terza strada, problematica anch’essa se considerata in assoluto, che vede la tecnologia come neutrale. Melvin Kranzberg, storico della tecnologia americano scrisse nella prima delle sue sei leggi sulla tecnologia che: “la tecnologia non è ne cattiva ne buona; ne tantomeno neutrale” . Secondo le tesi discusse in questo testo è difficile collocarsi in questi tre poli e non cadere in contraddizioni; forse la tesi di Kranzberg e condivisibile seppur bisogna riconoscere come problematica. Se non altro determinismo tecnologico e determinismo sociale sono etichette, care alla filosofia professionale, utili per avanzare contrapposizioni dialettiche. Bertrand  Russell che aveva intuito una serie di problematicità relative al pensiero astratto formalizzato sosteneva che la “logica tradizionale assume che si usino simboli precisi. Quindi non si applica a questa esistenza terrena, ma solo ad una immaginaria esistenza celeste”.

Al contrario, come ci mostra l’approccio della logica multivalore o logica fuzzy (che fa a meno del tertium non datum aristotelico) al ragionamento e al modellamento dei fatti del mondo, i concetti più sono definiti in maniera precisa più sono applicabili ad un numero esiguo di fatti, mentre concetti sfumati hanno un più ampio raggio di applicazione. In altre parole determinismo tecnologico o sociale etichettano una serie di idee che risiedono in un campo ristretto e soffocante. La concezione portata avanti qui è inquadrabile nell’evoluzione stessa dell’essere umano. Di fatto se si allarga il focus temporale e non ci si limita alle ultime migliaia di anni e se si accettano le attuali teorie sull’evoluzione un fatto è incontrovertibile: che in un certo punto della loro evoluzione gli esseri viventi, e più di tutti l’essere umano, hanno iniziato a far uso di tecnologia per migliorare le proprie condizioni di vita. Da quel periodo le pratiche umane si sono legate a doppio-filo con le pratiche tecnologiche con un meccanismo a retroazione positiva e tutt’oggi esse coevolvono secondo schemi sempre più complessi. L’approccio alla complessità può aggirare il problema dell’ago della bilancia che pende o verso l’uomo che dipende dalla tecnologia o la tecnologia che dipende dall’uomo. L’idea che sottende a quanto si è affermato in precedenza sulla pervasività della tecnologia e il rapporto con l’uomo si basa su un concetto di complessità che organizza la dialettica sul mondo anche in maniera verticale, cioè a dire, non si ferma alla società come un insieme di individui con interazioni orizzontali, ma ad una visione d’insieme della tecno-sfera in scambio simbiotico con l’umano-sfera. Allo stesso modo in cui Douglas Hofstadter mostra in un famoso dialogo [4] come l’approccio complesso dipenda dal livello semantico a cui si opera l’indagine conoscitiva e, sebbene il formichiere mangi le formiche del formicaio distruggendone un certo numero, lo stesso formichiere “dialoga” tranquillamente e senza conflitti con il formicaio inteso come unica entità complessa. Ciò avviene perché al livello dei costituenti del formicaio, cioè quello delle formiche, vi è un danno in termini di perdita di unità, ma al livello di insieme, ovvero di formicaio inteso come un complesso di entità fortemente interrelate che scambiano informazione, il formichiere offre un giusto servizio, mantenendo lo stesso formicaio in salute attraverso un meccanismo omeostatico di controllo che porta l’intero sistema formicaio-formichiere in equilibrio; equilibrio che si perpetua anche all’interno del formicaio in cui il rapporto tra natalità e mortalità delle formiche è mantenuto ad un livello tale per cui le risorse alimentari tendono a bastare e la specie a conservarsi. In definitiva Hofstadter mostra come il formicaio sia concepibile come un meta-organismo. Lo stesso ragionamento può essere perpetrato per le cellule costituenti gli organi del nostro corpo, come elementi di un meta-organismo, ma a loro volte le cellule stesse sono un meta-organismo costituito da elementi legati da relazioni complesse. Questa visione consente di vedere organizzazioni designate geo-politicamente come città o stati, come meta-organismi, allo stesso modo in cui R. Pirsig, nel suo libro “Lila, indagine sulla morale” percepiva New York, cioè come un mostro bisognoso di materia ed energia e lavoro, che per la propria sopravvivenza (al suo livello) sacrificava suoi componenti (esseri umani) ad esempio attraverso le migliaia di morti sul lavoro o in guerra. Il sistema nervoso per la maggior parte degli esseri viventi è parte integrante al funzionamento degli organismi in quanto tali. Esso permette a gli impulsi elettrochimici di raggiungere le zone più remote del nostro corpo. Sotto questo aspetto esso fa da collante che tiene assieme, insieme ad altri sistemi come quello endocrino ad esempio, gli organi del nostro corpo e che permette al nostro organismo di agire come una singola entità. Le reti di comunicazione che trasportano informazioni istantanee sotto forma di impulsi elettromagnetici da una parte all’altra del globo sono assimilabili ad una sorta di sistema nervoso che fa da collante a ciò che viene comunemente chiamata società. La società, secondo il punto di vista della complessità, e un elemento fondamentale e passibile di indagine, ma è una proiezione orizzontale di un fenomeno fisico che diviene su un numero di dimensioni più ampio, con un potere espressivo limitato. Le “forze sociali e politiche” della visione afferente al determinismo sociale sono funzione, oltre che della massa sociale, di accelerazioni che provengono da uno scambio simbiotico tra ecosistema tecnologico ed ecosistema biologico, nella fattispecie umano.


 





[1] The animated guide to a Ph.D.

[2] Morin, Edgar. "Introduzione al pensiero complesso. Gli strumenti per affrontare la sfida della complessità." Milano: Sperling & Kupfer (1993).

[3] Kurzweil, Ray. La singolarità è vicina. Maggioli Editore, 2008.

[4]  Hofstadter, Douglas R. "Godel, Escher, Bach." New Society (1980).



Commenti  

 
0 #1 Josefa04 2017-11-13 10:23
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