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La Conoscenza è come una linea, dove sono i confini non ci è dato di saperlo.

Sublimina.it è un viaggio personale nel mondo del pensiero umano. Per raggiungere ogni meta c'è una via ed ogni via ha un ingresso. Questa è la mia porta personale, l'ho appena aperta. Ognuno ha la sua porta, qualche volta si ha bisogno, però, di intravedere cosa c'è al di là della porta altrui per mirare l'altrove che sta dietro la propria.  Ispirato da: Franz Kafka, Il processo (1925)


Divagazioni sulla mente e sull'Universo

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E poi c’è la questione ulteriore di quale sia la relazione tra pensiero e realtà.

Come una scrupolosa attenzione dimostra, il pensiero stesso è in un vero e proprio processo di movimento.

David Bohm



L'universo nella menteImmaginare l'Universo sconfinato  grazie alla propria mente è un fatto assai stupefacente. Alle volte mi chiedo quanti universi ci sono, tutti adorni, per essere mirati.

Non mi riferisco, però alla moderna teoria fisica del “multiverso” e le sue declinazioni, secondo la quale il "nostro" Universo è uno di tanti possibili universi (paralleli) posti di fianco uno all'altro, vibranti a frequenze differenti e per questo, quasi completamente separati e a tenuta stagna. Mi riferisco bensì all'Universo come proiezione del tutto che una mente con facoltà intellettive apprezzabili riesce a concepire. Tante menti quanti universi, e viceversa. Potrebbe essere un buon punto di vista, oltretutto accettabile in quanto l'Universo così come ognuno di noi lo conosce ha bisogno di un osservatore per conoscerlo (non mi inoltrerò nei meandri concettuali del “principio antropico”…). Tanti universi, tanti specchi, ognuno capace di riflettere secondo un particolare coefficiente di riflessione. Tanti universi ognuno distorto dallo specchio in maniera particolare, unica. Eppure normalmente, a parte la recente teoria del multiverso, come si diceva, l'Universo, è uno, fisso, immobile, almeno come un'idea totalizzante.

La congettura: tante menti quanti universi, a mio modesto parere può valere anche per i fisici e i cosmologi in qualità di accademici o studiosi in genere. Per quanto ci sia un’ idea di Universo che va per la maggiore, ognuno ne possiede uno personale, a cui vi tiene fede, la cui stessa idea è difficile abbandonare. A questo punto i misteri dell'Universo senza fine si mescolano con i misteri della mente senza fine generata dai nostri cervelli biologici in azione. Mente come cervello biologico in azione. La maggior parte degli esseri umani alfabetizzati ha un idea di Universo che ha a che fare con uno spazio spropositatamente grande che ospita stelle, pianeti, galassie e altri oggetti misteriosi oltre che noi stessi abitanti del pianeta terra. I più curiosi potrebbero aver approfondito con articoli di giornale, con documentari o con libri divulgativi la natura dell'Universo. Pochi, rispetto a tutto il resto, hanno proseguito gli studi universitari con discipline che in parte o del tutto tentano di spiegare la natura dell'Universo secondo il metodo scientifico. Poi, per l’appunto, ci sono i libri, le riviste specializzate, gli articoli divulgativi e i saggi che presentano alle nostre menti una serie di modelli dell'Universo. I testi più specialistici partono dalla soluzione delle equazioni tensoriali di Einstein, quindi dalla Relatività Generale, per calcolare possibili modelli di Universo dalla forma spazio-temporale appropriata, date, come note, le condizioni iniziali. Libri e articoli di tipologia divulgativa riprendono tali idee, distillandone le più semplici e introducendole con generose metafore per far breccia su ciò che ci è familiare. Il fine è comunicare un contenuto di conoscenza e massimizzarne la comprensione da parte delle nostre menti. Ora pongo nuovamente la domanda: un solo Universo? E' noto che noi come esseri biologici, dall'inizio del nostro tempo, sperimentiamo il mondo circostante attraverso i nostri sensi che ricevono e filtrano una miriade di informazioni (sensoriali) che sono processate in varie zone del nostro cervello, al fine, almeno secondo la corrente teoria dell’evoluzione, di preservare la nostra specie.

La comprensione dell'Universo che osserviamo passa per i sensi e le strutture nervose come strada obbligatoria? Immaginiamo una placida serata estiva. Siamo su una collina, lontano dal frastuono cittadino, col naso all'insù. Non ci sono nuvole e nemmeno la luna. Umidità quasi nulla. Ciò che scorgiamo è una meravigliosa volta costellata da un numero interminabile di astri e ammassi galattici più o meno densi e luminosi. Questo, più tutto il resto che ci circonda a distanze umane (l'albero lì proprio ad una decina di metri, la casa di fianco, la strada, i fili d'erba, le pietre, etc.), è l'Universo? Una parte, sicuramente. La nostra istruzione, sia essa scolastica che non, cablata nelle reti neurali del nostro cervello sottoforma di ciò che comunemente chiamiamo ricordi, ci dice che quello è l'Universo a noi visibile, ma sappiamo che esso è molto, molto più grande, forse infinito. Ecco, quello è l'Universo a noi visibile in quel momento, ed è proprio quello concepibile (sempre in quel momento). In realtà esiste anche un Universo visibile di natura differente, anche se semanticamente simile. E' l'Universo visibile di cui parlano gli ambienti accademici e gli studiosi, ovvero un'idea (valida) secondo la quale essendo, secondo la Teoria della Relatività, la velocità della luce finita ciò che osserviamo è tutto ciò che è ad una distanza tale per cui la luce ha avuto il "tempo" di giungere sino a noi. Un'altra maniera di vedere tale concetto fondamentale è che più lontano volgiamo lo sguardo, più siamo intenti ad osservare fenomeni astronomici passati. In ogni caso l'idea di Universo visibile è, in linea di principio, concepibile come una media di tutti i possibili universi visibili, ognuno per ogni osservatore. Limitandosi all'ambito accademico, ogni addetto ai lavori ha un'immagine mentale (e una rete neurale corrispondente) dell'Universo visibile come ha appreso sui libri di testo e durante le lezioni universitarie (cioè nelle comuni pratiche sociali di comunicazione della scienza). Quindi almeno in una cerchia ristretta di individui vi è un'idea abbastanza simile di Universo visibile.

E' noto che le più importanti scoperte sulla natura dell'Universo inteso come lo spazio astronomico che comprende, poi, anche il nostro pianeta e noi stessi, sono state possibili a seguito dell'invenzione del telescopio (e tanti altri strumenti), che ci ha premesso di osservare punti  debolmente luminosi dello spazio-tempo che, altrimenti, sarebbero rimasti ignoti. Ieri venivano utilizzati telescopi ottici, con raffinate lenti di vetro. Oggi si utilizzano strutture vaganti su orbite geostazionarie equipaggiate con sensori efficacissimi in grado di catturare tutto lo spettro della radiazione luminosa permettendoci non solo di raggiungere distanze da brivido, ma anche di ottenere istantanee dell'Universo visibile ad altissima risoluzione (un esempio è il telescopio Hubble, nome in onore del famoso astrofisico Edwin Hubble che per primo ha misurato la velocità di recessione delle galassie). In definitiva, oggi è possibile catturare un'infinità di dati provenienti dallo spazio, trasportati dalla radiazione elettromagnetica e non solo. Il telescopio (inteso in senso generalizzato come sensore efficacissimo per scrutare lo spazio-tempo e la materia che vi abita), o se vi piace il microscopio utile per scrutare il microcosmo, insieme a tanti altri strumenti di misura come il Large Hadron Collider (LHC) a Ginevra ideato per scovare esotiche particelle componenti la materia, non sono altro che estensioni dei nostri sensi. Con gli occhi, quella sera estiva che eravamo intenti a meravigliarci davanti alla possanza di una volta ricolma di stelle, potevamo captare una parte molto esigua dell'Universo visibile. Gli strumenti sofisticatissimi, invece, ci permettono di "osservare" una porzione più ampia di quest'Universo visibile, anche se la comunità degli studiosi è quasi in accordo che anche quella misurata dalla tecnologia astronomica sofisticata è solo una minuscola parte. Quindi, posta in questi termini la faccenda, è possibile concepire un continuum durante la nostra evoluzione dove, grazie alla simbiosi scienza-tecnologia e alla pratica comunicativa, è stato possibile ampliare la portata dei nostri sensi e di pari passo ampliare la nostra conoscenza (almeno quella parte che le menti sono in grado di comunicarsi e accordarsi). In ogni caso tali informazioni hanno un luogo finale ben preciso da raggiungere: le zone del nostro cervello dove vengono espletate le funzioni intellettive superiori e che ci differenziano dagli altri esseri viventi, ad esempio la neocorteccia. In realtà quando guardiamo il cielo stellato abbiamo sicuramente una istantanea "privata" della volta celeste-Universo. Quest' istantanea, se siamo abbastanza emozionati, la ricorderemo per tutta la vita, cioè sarà cablata nelle nostre strutture neurali come ricordo, e, nella speranza che sia riposta in quella che è nota dal punto di vista funzionale come memoria a lungo termine, sarà possibile rievocarne il contenuto a volontà. In più la stessa immagine possibilmente carica di sensazioni, quale svilimento di fronte all'immensità del cielo o meraviglia di fronte ad un tappeto di corpi celesti, andrà ad aggiungersi a quel database dove riponiamo le nostre idee di Universo assieme alle sensazioni provate, cosicché quando ci capita di essere contemplativi e di pensare alla vastità dell'Universo essa possa fornire le necessarie informazioni. Ogni cervello un Universo.

Certamente il cervello degli accademici sarà tarato verso modelli di Universo simili, ovvero possiederà un database simile da cui attingere le informazioni simili. Un punto essenziale è che, secondo il nostro ragionamento, non esiste un cervello esattamente identico ad un altro, e su questo la scienza concorda. Ciò che è simile è la struttura a grana grossa del nostro processore centrale biologico. Quindi possiamo immaginare una relazione unaria (uno-a-uno) tra cervello in azione (mente) e Universo concepibile. L'unicità della mente porta all'unicità dell'Universo. Un teorico della mente direbbe che il ragionamento che si è appena improntato è una istanza più o meno elaborata della risposta alla domanda posta dal filosofo della mente Thomas Nagel (1944) in un celebre articolo del 1974: che cosa si prova ad essere un pipistrello? Ovvero il ragionamento appena delineato si inserisce in un quadro solipsistico, in cui l'entità mente è unica e per di più vi è un livello profondo in cui, nell'interazione di due o più menti, vi sono enti non comunicabili. In un certo qual modo è proprio ciò che ritengo, ma l'incomunicabilità in questo caso deriva dall'unicità del simulacro-Universo che ognuno di noi possiede cablato nel proprio cervello, data l'unicità nella struttura fisiologica, a grana fine, del nostro cervello in azione. Come per altri concetti più semplici, e se volete più quotidiani, esistono “n” declinazioni quante ne sono le menti concepenti, ma esiste tuttavia un livello in cui tali concetti possono essere comunicati e compresi. Questi concetti, se ci facciamo caso, si riferiscono ad "oggetti" (in senso generalizzato) che hanno subito un processo di codifica e simbolizzazione. Un tale processo semiotico (comune alla pratica scientifica e non solo) permette alle menti di comunicare e capirsi, quindi consente ai cervelli di sincronizzare le proprie strutture neurali, così da memorizzarne i contenuti (simili). L'Universo visibile degli accademici è uno di questi simboli. Un oggetto opportunamente codificato che ha subito un processo di significazione vasto e preciso e che permette di mettere in accordo i cervelli in azione degli accademici e studiosi all'interno del dibatto scientifico. 

L'universo nella menteA questo punto, pensando l'Universo al livello di simbolo che consente di sincronizzare cervelli, possiamo immaginare una relazione molti-a-uno secondo la quale “n” idee di Universo uniche e abbastanza simili quanti sono gli accademici, puntano verso un simbolo (l’Universo) che consente di dire: ecco è proprio quello di cui sto parlando e puoi essere certo che non sto parlando né di questo, né di quest'altro, né di quello, né di quell’altro ancora etc. etc. La concezione di Universo, a questo punto rilassando la nostra congettura, quindi sia esso a carattere solipsistico  (in prima persona) , sia condiviso (quindi descrivibile in terza persona)  non può non prescindere dal nostro cervello e ciò che ci sembra effettivamente così lontano e stupefacente, come le stelle più remote, i quasar, i buchi neri e i superammassi di galassie, non è poi così lontano; è da qualche parte cablato nelle strutture nervose del nostro corpo e questo è altrettanto stupefacente.

Chissà se quanto detto, almeno in parte, non vale anche per (il concetto di) Dio…

Commenti  

 
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