La “contiguità” tra Poesia e Scienza

“Le mani che scrivono poesie
sono le stesse mani
che fanno le pulizie”.
Queste tre righe trovate per caso mi hanno suggerito un concetto che chiamerò di “contiguità”, il quale distanzia – temporaneamente – il dominio della scienza da quello proprio della poesia. La distanza è “temporanea” perché le separazioni concettuali sono di comodo dato che scienza e poesia sgorgano dalla stessa fonte: la natura umana che ammira stupita la totalità dell’Universo. Sia la scienza che la poesia da sempre e incessantemente collegano mondi. La prima, però, lo fa percorrendo i binari a scartamento stretto della razionalità che impongo un vincolo di contiguità fenomenico. La poesia, da subito libera da questo laccio e imbrigliata solo dalla trama combinatoria del linguaggio, può permettersi di porre in relazione tutto ciò che desidera. Essa viaggia al di là della contiguità che vuole che i fenomeni siano relazionati in ragione della causa e dell’effetto. Nella poesia non ci sono cause o effetti. Ci sono solo ricchi paesaggi variegati sempre nuovi da ammirare e introiettare. Capita a volte, però, che la scienza devia da quei binari e s’inoltra nell’ignoto con un salto di entità incommensurabile, come fu quando ci si arrese alle evidenze della meccanica quantistica nel governo del microcosmo a scapito della solida e vetusta fisica classica. In quei frangenti la scienza si fa poesia e la contiguità allarga il proprio orizzonte e mostra nuove connessioni tra mondi inaspettate e approvate dalla razionalità. Dopodiché la scienza torna a sonnecchiare lasciando il passo all’insonne poesia che non ha mai smesso di amoreggiare con la filosofia. E la relazione, così tripartita, diventa quel reciproco impollinarsi da cui nasce ciò che chiamiamo conoscenza.