Su Olivetti. Perché oggi ci troviamo a subire la rivoluzione digitale invece di guidarla?

Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare.  Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte,  solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande.

Adriano Olivetti

 

(sul perché è necessario ricucire la memoria storica se si vuole “rinascere”, del resto il “Rinasciento” è nato nella terra dell’arte, della scienza, della letteratura e del buon cibo accompagnato da ottimo vino”)

Perché oggi ci troviamo a subire la rivoluzione digitale invece di guidarla?

Moltissimi di noi oggi usano i prodotti Apple, chi per un motivo, chi per un altro. Alla radice però c’è un qualcosa rivelato sia dalle campagne di marketing, per un verso, che dall’essenza e funzionalità intrinseca dei prodotti stessi, dall’altro: Steve Jobs è stato quell’innovatore d’oltreoceano che ha saputo coniugare arte, design e tecnica, rivoluzionando per sempre la percezione della tecnologia digitale e dei Personal Computer. E’ noto che i prodotti Apple sono anche uno status, in quanto esprimono molto più delle loro dirette funzionalità. Jobs ha trasformato i negozi in store, anzi in Apple store, cioè in veri e propri templi fisici del culto della tecnologia digitale dove più che vendere un prodotto si vende un’idea caleidoscopica: arte, scienza e tecnica al servizio dell’uomo e dell’innovazione. Oggi, se Apple decide di togliere lo spinotto per le cuffie diventa lecito per gli altri marchi concorrenti eliminarlo. Le doti di Jobs sono declamate in monografie, biografie, film e approfondimenti vari.  E’ innegabile che dopo l’esperienza dell’interfaccia grafica (anche se mediata dalla Xerox Corp.) del computer Lisa (1983) la Apple apre la strada col Macintosh 128K (nel 1984, anno della famosa pubblictà del Super Bowl) all’epoca del personal computing e del PC moderno, anche se tale strada è intrecciata a doppio filo con la software house Microsoft di Bill Gates e con IBM, con momenti oscuri (“Windows è copiato dal Mac”) e momenti più luminosi (Microsoft a metà anni Novanta, dopo una profonda crisi della Apple correrà in aiuto acquistando azioni Apple per 150 milioni di dollari). Steve Jobs e il suo entourage meritano davvero il posto che gli riserverà la storia degli ultimi 30 anni. E il solo?

Ma non voglio qui discutere le annose questioni trite e ritrite che vedono Gates contrapposto a Jobs, uno che ruba o copia all’altro, etc. Ciò che è più interessante e forse meno noto e che Apple e Microsoft, come del resto Google e l’intera Silicon Valley possono essere intese come luoghi fisici in cui si è innescata una vera e propria rivoluzione culturale – non di quelle passeggere – destinata a perdurare proprio a causa del precipuo radicamento nel livello semantico dove agisce il cambiamento di paradigma: l’elaborazione, la comunicazione e la fruizione delle informazioni, qualunque esse siano (dati, musica, testi, immagini, video). Quasi una reinvenzione della scrittura, un acceleratore cognitivo.

E la cultura dell’Italia, ben nota culla del Rinascimento, dove si colloca?

Prima però un inciso. Anche se qui non c’è spazio per approfondire, le invenzioni e reinvenzioni della scrittura (Mesopotamia 3000 a.C), con il graduale passaggio dalla cultura orale a quella scritta, e della stampa a caratteri mobili, ad opera dei cinesi (intorno all’anno Mille) e perfezionata da Gutenberg in Europa (400 anni dopo), sono inquadrate nelle scienze cognitive e nell’evoluzione della cognizione umana come delle vere e proprie pietre miliari. In altre parole, dopo la loro invenzione e diffusione ci fu un graduale cambio di mentalità, un mutamento di approccio verso il mondo e nella struttura del pensiero che ha avuto ripercussioni in tutti gli ambiti della vita umana, dall’organizzazione sociale alla tecnica passando per l’arte, la letteratura e il far di conto. In ultimo, se i minicomputer hanno aperto la strada al personal computing, ancora prima di loro le macchine da scrivere hanno dato inizio al “personal printing” (o “personal writing”) anch’esso motore del mutamento di paradigma cognitivo e acceleratore dell’innovazione nei campi più disparati.

Per rispondere alla domanda sulla collocazione dell’Italia in questa grande ed ancora ancillare rivoluzione cognitivo-culturale mancano 2 ingredienti: Federico Faggin, noto per aver inventato il primo microprocessore ad Intel, in California (USA), e Adriano Olivetti, con la fabbrica di macchine per scrivere ad Ivrea.

Siccome il mondo è piccolo e talvolta beffardo, Faggin e la Olivetti non sono due mondi separati come monadi che non entrano in contatto. Anzi, Faggin dopo il diploma di perito industriale nel 1961 e prima di conseguire una laurea in Fisica presso l’università di Padova ha lavorato proprio in Olivetti alla progettazione di una speciale calcolatrice elettronica nel periodo in cui era in sviluppo quello che può essere definito il primo personal computer della storia: l’Olivetti “programma 101”, presentato nel 1965 alla Fiera di New York. Era una macchina programmabile e trasportabile capace di eseguire operazioni complesse (vi erano programmati anche dei rudimentali giochi) e aveva dimensioni infinitesime rispetto ai computer di allora che occupavano intere stanze (ENIAC, EDVAC e mainframe simili). La Nasa acquistò parecchi esemplari della Olivetti “programma 101”. La stessa agenzia spaziale che nel 69 mandò Neil Armstrong, Michael Collins, Buzz Aldrin sulla Luna.

Olivetti_Programma_101

Tanto per non provocare equivoci nell’uso delle parole “personal computer” (qualcuno potrebbe dire che il “programma 101” non era un PC) si ravvisa che in una delle varie locandine pubblicitarie si poteva leggere: “programma 101, the do-it yourself computer” che è un invito a ripensare il concetto di computer come apparecchio personale. Ma Olivetti ha anche l’onore del primo computer completamente a transistori.

Anche se Adriano Olivetti non vide mai questa sua creatura (morì nel 1960) è innegabile che la macchina “programma 101” assieme a tanti altri esperimenti commerciali nell’elaborazione elettronica (computer e calcolatori avanzati) sono frutto della profonda visione e capacità di innovazione di quest’uomo che prima di essere un ingegnere e un industriale era un intellettuale attento ai risvolti sociali dei profondi cambiamenti che stavano avvenendo nella sua epoca. Adriano Olivetti aveva portato la piccola fabbrica di macchine da scrivere del padre, nata nel 1908, ad essere una grande multinazionale (con 75.000 dipendenti) cercando di tenere in linea il profitto con la coesione e benessere sociale dei suoi lavoratori toccando i settori più diversi: la famiglia, i bambini, i trasporti, le case per i dipendenti, la sanità. Un esempio sono i centri di assistenza e servizi sanitari per la maternità e l’infanzia.

Ecco, bisogna dire che, anche se probabilmente Steve Jobs poteva saperne poco di Olivetti, non fu lui a inventare gli store nel senso dato all’inizio. Nel 1957 Adriano Olivetti commissiona all’architetto Carlo Scarpa un nuovo luogo di vendita delle macchine per scrivere che non sia solo un negozio ma un vero e proprio showroom che reincarni le idee base e la filosofia di progetto dei prodotti così da farne un vero e proprio status. Adriano Olivetti, già sposato alla sorella di Natalia Ginzburg, si circondò di numerosi intellettuali nei più svariati campi. Egli aveva assunto Paolo Volponi, come direttore dei servizi sociali, e Ottiero Ottieri, come direttore del personale, insieme a loro aveva riunito molti dei grandi intellettuali italiani del tempo, come Sinisgalli, Bigiaretti, Buzzi, Fortini, Giudici, Pampaloni, Soavi. Li aveva assunti alla Olivetti, affinché si occupassero di economia e sociologia, di pubblicità e design, perché credeva nella possibilità di coniugare la modernità, con i suoi nuovi metodi di produzione di massa, e la persona umana, la cultura tecnico-scientifica e quella umanistica.

pubblicità Olivetti Valentine

E’ noto che le aziende della Silicon Valley sono organizzate socialmente (con i servizi più svariati) per garantire il benessere psico-fisico dei lavoratori poiché sanno bene che ciò è correlato positivamente con la produttività, soprattutto nel mondo della creatività e dell’innovazione.

Per inciso, la Olivetti nel 1979 aveva una sede nella Silicon Valley proprio vicino alla Apple. Si potrebbe provare a chiedere perché la Apple non abbia la sede a Ivrea assieme a Microsoft, Xerox etc.

La triste storia recente della Olivetti è sotto gli occhi di tutti, anche dei meno informati. Dopo una serie di spacchettamenti, acquisizioni, divisioni e flop commerciali negli anni ’80 e ’90 rimane in vita con 500 dipendenti anche grazie a Telecom Italia che la accoglie nella sua galassia nel 2003. Le cause di questa fine sono complesse e non vi è possibilità di discuterne qui. Anche se si può facilmente immaginare che un comparto industriale deve avere la spalla forte dello Stato come entità che crede nell’inovazione e nella strada da perseguire. Non prendiamoci in giro, in Silicon Valley è accaduto proprio questo. E oggi, come allora, le migliori menti vanno via. Vittorio Valletta (ex amministratore delegato di FIAT) nel 1964, dopo essere subentrato ad Adriano Olivetti dopo la sua morte, disse [a]:

«La società di Ivrea è strutturalmente solida, potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare»

Traete le vostre personali conclusioni.

E Fedrico Faggin?

Il fisico italiano con cittadinanza statunitense dal ’68, il quale fu assunto proprio quando Intel stava costruendo un computer ispirato alla “programma 101” di Olivetti, farà molta strada dopo aver progettato le architetture dei primi microprocessori che per alcuni aspetti sono alla base di quelli moderni che abbiamo nei nostri PC. Egli rimarrà nel campo dell’innovazione spinta prima fondando la Zilog nel 1974, con il processore Z80 ancora in produzione, montato sullo ZX Spactrum, il computer che diede filo da torcere al Commodore 64 negli anni ’80, poi alla realizzazione, sempre in quegli anni, dei primi touchpad, i predecessori dei nostri touchscreen.

Lo dico solo ai pochissimi che hanno avuto la volontà di portare la lettura fino a questo punto.

Quanto detto non è un anelito di sterile patriottismo, è solo cercare di ricucire un passato divorato dalla sempre più a breve termine memoria di noi Italiani. Siamo stati coloro che hanno espresso i migliori artisti e scienziati. Abbiamo dato vita al Rinascimento. Abbiamo coniugato arte e tecnica con Leonardo. Abbiamo dato ospitalità a Copernico che, dopo aver studiato a Ferrara e incontrato i migliori astronomi del mondo, ha proposto la teoria eliocentrica. Non dimentichiamo l’uso della prospettiva di Giotto e dell’Alberti. L’Italia, quel luogo dalle mille culture, ha visto nascere Galileo che ha dato vita a quel cambio di paradigma che è il metodo scientifico.

Pertanto, invece di invocare vuoti patriottismi senza senso, è necessario allungare la nostra memoria storica, ricucire gli strappi e capire perché le cose sono andate in un certo modo invece che in un altro: la rivoluzione digitale, quella dei computer alla portata di tutti, è iniziata qui in Italia, come del resto tutte le più grandi rivoluzioni culturali. Jobs ha fatto grandi cose ma non merita di essere ricordato per qualcosa solo a causa di una battente campagna di marketing che fa leva sulla memoria storica a breve termine che ci contraddistingue.

Quanto detto non è per rimpiangere il passato o per campanilismo, le innovazioni di Apple & Co. si riversano positivamente su tutti noi. La questione è capire perché oggi ci troviamo a subire una rivoluzione invece di guidarla, come è stato spesso nel passato.

Il nuovo “Rinascimento” rinasce anche da qui.

 

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[a] https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/02/23/adriano-olivetti-umberto-eco-e-la-classe-dirigente-inadeguata/