sublimina.it

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La Conoscenza è come una linea, dove sono i confini non ci è dato di saperlo.

Sublimina.it è un viaggio personale nel mondo del pensiero umano. Per raggiungere ogni meta c'è una via ed ogni via ha un ingresso. Questa è la mia porta personale, l'ho appena aperta. Ognuno ha la sua porta, qualche volta si ha bisogno, però, di intravedere cosa c'è al di là della porta altrui per mirare l'altrove che sta dietro la propria.

 Ispirato da: Franz Kafka, Il processo (1925)


Confronto tra il volume di una ipersfera e il volume di un ipercubo

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Oggi, andremo ad analizzare un problema apparentemente banale: il confronto tra il volume di una ipersfera di raggio unitario e dell' ipercubo che la circoscrive di lato pari al diametro dell' ipersfera, al crescere della dimenzione dello spazio che li accoglie.

Come vedremo questo problema ritorna nei problemi di Pattern Recognition e Data Science.

In generale, poniamo come il raggio dell'ipersfera e come 2* il lato dell'ipercubo. Detta la variabile che descrive la dimensione dello spazio, con un pizzico di astrazione possiamo affermare che: un quadrato è un ipercubo di dimensione =2 e la circonferenza inscritta è una ipersfera di dimensione medesima.

Quadrato_circoscritto_circonferenza

Figura 1


Definiamo adesso   il luogo dei punti tale che la norma dell ennupla -dimensionale    è minore del raggio al quadrato. Definiamo invece come  il luogo dei punti che descrive l'ipercubo in  dimensioni.

Se calcoliamo i due volumi come funzione della dimensione vediamo un comportamento a tutta prima strano anche se effettivamente intuitivo: come mostra il grafico in basso (Figura 2) che confronta il volume di una ipersfera e il volume di un ipercubo, quest'ultimo diverge verso l'infinito positivo, mentre il primo (volume ipersfera) ha un massimo per =5 dimensioni (5.264) e poi diminuisce fino a tendere al valore 0.

Il volume dell'ipercubo può essere scritto come:


mentre il volume dell'ipersfera risulta pari a:

,

dove  è la funzione gamma definita come:

.

Hypersphere volume

Fugura 2

Per comprendere quato comportamento basta osservare la Figura 1. Il volume dell'ipercubo cresce esponenzialmente con il crescere della dimensione dello spazio. Se consideriamo l'area un "volume", la circonferenza inscritta nel quadrato ha una superficie minore in quanto la loro differenza consiste proprio nelle parti colorate in rosso. Aumentando il numero di dimensioni le parti in rosso aumentano fino ad occupare la maggior parte del volume, mentre il volume dell'ipersfera tende a concentrarsi verso il centro e a diventare nullo.

Tutto molto interessante fin qui. Che implicazioni può avere tutto questo?

Consideriamo le tecniche di Data Science dove i dati descritti da caratteristiche multiple (features) sono rapperesentati come oggetti che giacciono in uno spazio multidimensionale. Immaginiamo ora di generare attraverso un generatore pseudocasuale una serie di oggetti all'interno della nostra ipersfera. Aumentando le dimensioni la probabilità di generare un oggetto (punto descritto da tante coordinate quante sono le dimensioni) all'interno della ipersfera diventa nulla, mentre aumenta la probabiltà che il nostro oggetto cada nella zona "differenza" tra i due volumi (la parte rossa). Questo fenomeno è noto nella disciplina del Pattern Recognition e in generale del Machine Learning come "course of dimensionality" (corsa della dimensionalità).

Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Febbraio 2016 15:10

Una delle più grandi opere delle mente umana è finalmente disponibile

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"Io non ho talenti particolari, sono solo appasionatamente curioso".

A. Einstein


Finalmente una raccolta completa e integrale di tutti gli scritti, comprensiva di taccuino degli appunti di ricerca, nonché numerose lettere personali e di lavoro del più grande dei fisici: Albert Einstein.

La raccolta è intitolata "The Collected Papers of Albert Einstein" fruibile in maniera estremamente semplice sul sito: http://einsteinpapers.press.princeton.edu/.

Una desrcrizione del sito e dell'opera da parte del General Editor Diana Kormos Buchwald è disponibile qui sotto.


Le opere divise per anno e per tipologia di lavoro sono riportate in forma integrale in lingua tedesca (copertina grigia) e in lingua inglese (copertina bianca).

Ecco un esempio del paper da cui è nata la Teoria della Relatività Ristretta nel 1905: 

Doc. 14 ON A HEURISTIC POINT OF VIEW CONCERNING THE PRODUCTION AND TRANSFORMATION OF LIGHT by A. Einstein [Annalen der Physik 17 (1905): 132-148]

Adesso gli scritti del grande scienziato sono disponibili sia per gli addetti ai lavori, che per i curiosi. Ora finalmente è possibile penetrare la profondità di pensiero di questo grande uomo che ha saputo mettere assieme, in un quadro omnicompresivo, teorie fisiche e matimatiche che non attendevano altro che una struttura comune, così da mostrare, nella loro unione, estrema potenza e vigore.

Questa è un'altra delle meraviglie che Internet è in grado di regalarci.

Buone letture.



Ultimo aggiornamento Martedì 09 Dicembre 2014 03:25

Percepire la Complessità

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La complessità è una parola-problema e non una parola-soluzione

E. Morin, Introduzione al pensiero complesso, 1990


Chinese Artist Lu Xinijiang Made Paintings Using Google Earth In City DNAOggi vorrei distillare alcuni personali pensieri tramite l’antica e ancor più moderna arte della scrittura. Ragionare intensamente su ciò che leggo è una mia squisita abitudine e  “Lo zen e l’arte della manutenzione della Motocicletta”[1] di R. M. Pirsig è un libro che mi ha dato modo di riflettere su molti aspetti della vita e della realtà circostante. A dire il vero, alcuni li avevo già portati alla mia attenzione prima di questa bella lettura, anche se Pirsig, come molti altri autori incontrati durante il mio personale viaggio, mi ha saputo regalare un punto di vista lucido e chiarificatore. Una delle domande dormienti e risvegliate dall'autore che mi attanagliano e che sono sopraggiunte semplicemente guardandomi intorno nella vita quotidiana, suona così: è possibile comprendere la complessità che ci circonda? Ciò mi ha spinto a scrivere questo saggio dal titolo “La comprensione della complessità”.

E’ noto che non esiste una definizione comune di “complessità”, pur tuttavia esso è oggi un argomento molto in voga tanto nel panorama scientifico quanto in quello umanistico. Dal versante umanistico, ad esempio, il filosofo contemporaneo Edgar Morin, in un suo saggio sulla cultura di massa, scriveva che “La complessità è una parola-problema e non una parola-soluzione”[2]. Se la complessità è una parola problema, e sono d’accordo, qualcuno deve pur risolvere questo problema e trasformare la complessità in una parola soluzione, o meglio un “discorso soluzione”, come vedremo. Come può essere “compresa” la complessità? Esistono piani di taglio per tale termine che portano ad infinite definizioni. La scienza dal canto suo tende a darne di precise ed ogni volta che ci prova ne emerge ancora più insoddisfatta e frustrata. Eppure coloro che appartengono al mondo scientifico appaiono più abituati a manipolare la complessità, almeno come concetto. In ogni caso possiamo affermare che viviamo nel cosiddetto “villaggio globale” (suona già antiquata questa affermazione) e il mondo occidentale technology addicted è diventato un Sistema altamente Complesso. Uno degli elementi necessari alla presenza della complessità e caratterizzante i Sistemi Complessi è la forte interrelazione degli elementi che compongono il sistema, noti come sottosistemi od oggetti. Nel mondo attuale qualsiasi sottosistema che possiamo proiettare nella nostra mente è fortemente interrelato con ogni altro. Con sottosistema intendo qui qualsiasi cosa sia parte dell’ “umano-sfera”. Se oggi qualcuno tentasse uno scherzetto e spegnesse Google, probabilmente più della metà dei lavoratori dichiarerebbe di non poter lavorare. Se spegnessimo la rete semaforica di Pechino in pochi minuti la città piomberebbe nel caos profondo. Questi sono esempi di sottosistemi legati alla tecno-sfera. La complessità non ha a che fare solamente sul piano della tecno-sfera. Possiamo pensare altri esempi legati al sostenimento dell’attuale status sociale: eliminiamo istantaneamente il welfare e il sistema pensionistico. Con ogni probabilità scoppierebbero sanguinose guerre civili. Credete, ad oggi il sistema pensionistico e le reti di computer, come quelle che sostengono il funzionamento di Google, non siano collegate? Vi sbagliate. La tecno-sfera, all’interno dell’evoluzione dell’uomo è andata via via diventando il sistema nervoso di un super-organismo. Un super-organismo complesso, dove noi esseri umani siamo solo una parte necessaria, ma non sufficiente al proprio autosostentamento. Come le cellule del nostro corpo servono i nostri organi e consentono di tenere in vita i nostri corpi biologici, noi esseri sociali, assieme ad una miriade di altri sottosistemi serviamo un super-organismo. Le cellule biologiche si rendono conto del loro compito? Non è facile rispondere a questo interrogativo e non sono il primo a porre questa domanda. Noi siamo in grado di comprendere il nostro compito o ruolo all’interno del super-organismo? Una risposta può essere azzardata fin da subito: le cellule non possono rendersi conto del loro compito in quanto la loro “funzione” esiste ad un livello gerarchicamente superiore. Vale lo stesso per noi esseri umani dotati di neocorteccia cerebrale e capaci di pensiero astratto superiore? Dove è annidato il nocciolo del problema della “comprensione della complessità”? Una volta compresa la complessità e avuta coscienza di questo super-organismo che coabitiamo, saremmo capaci di capire finalmente la nostra funzione e quindi, forse, di dare un senso alla nostra vita?


Ora vorrei concentrarmi su un aspetto discusso dallo stesso autore nel suo secondo capolavoro, “Lila, indagine sulla morale” [3], una continuazione del primo libro citato. Pirsig, ad un certo punto, nella storia che racconta, recandosi a New York con la sua barca a vela, inizia a percepire quella città che già conosceva dal suo interno come un “Gigante”. Quella città, a suo dire, gli metteva una strana sensazione, come un’ entità a se stante in cui gli uomini che vi vivono sono dei silenziosi e inconsapevoli servitori. Cos’è davvero questo “Gigante”? Prima di approfondire il tema vorrei proporre una breve e incompleta digressione sul suo pensiero. Pirsig propone in entrambi i volumi, a livelli di penetrazione diversi e sempre più specifici, una metafisica, la “metafisica della Qualità”, tentando di fornire un quadro comune che potesse spiegare o almeno rendere coerenti gli infiniti aspetti della realtà. Nel suo pensiero maturo illustrato in “Lila”, inserisce in questo quadro un elemento chiave mancante nel primo lavoro: l’evoluzione. Nel primo suo sforzo, di fatto, si limita a tentare, nel definire la sua metafisica, l’approccio dialettico, pur arrivando dopo estenuanti studi al pieno rifiuto della dialettica e di tutto l’aristotelismo intero. Egli parte da una suddivisione operata con un “sapiente coltello” capace di lavorare e scomporre minuziosamente e con estrema precisione la realtà e la conoscenza di essa. Tale suddivisione riveste l’intero spettro dell’essenza umana, dividendola inizialmente e grossolanamente in due temperamenti che differiscono per come una persona si approccia alle “cose”, anche quelle di tutti i giorni. Egli suddivide l’intelletto in due tipologie, una che espleta “intelligenza romantica”, l’altra “intelligenza classica”. La seconda è quella alla base del pensiero scientifico, razionale, impersonale, misurato, in terza persona, esatto. La prima è quella che dirompe dal mondo interno delle emozioni, è sentita, irrazionale, instabile, colorata. Un uomo che ragiona classicamente, secondo Pirsig, riesce sempre a vedere lo “schema” soggiacente ad una cosa, l’uomo romantico, al contrario, percepisce la cosa così com’è, in maniera diretta, nella piena sua apparenza estetica, nella sua forma esteriore. Nessuno dei due approcci, di cui l’autore ne ipotizza la nascita come differenziazione già nel pensiero greco antico, è sbagliato. Una loro sintesi, una oscillazione tra le due visioni della realtà, sono il modo migliore per comprenderla e per vivere bene. La Qualità, sebbene molto difficile da definire, si antepone a questa scissione che talvolta genera problemi legati a dicotomie, come ad esempio la divisione tra discipline scientifiche ed umanistiche o tra la stessa scienza e la fede. Nel secondo volume egli approfondisce lo studio della “Qualità” allargandone la portata a tutto lo scibile e, come dicevamo, inserendo l’ evoluzione come ingrediente essenziale, mancante totalmente nella sua prima versione. Innanzitutto L’autore considera una gerarchia di “mondi” i quali sono nati in tempi diversi e quindi hanno differenti sviluppi evolutivi. Al centro della sua metafisica c’è l’uomo percepente, anche se, allo stesso modo, la sua evoluzione fa parte dell’evoluzione dello stesso universo. In tale gerarchia evolutiva egli inquadra quattro livelli con una Qualità evolutiva crescente: livello biologico, livello sociale, livello culturale e livello intellettuale. Questo è quanto egli riesce ad intravedere nel descrivere l’uomo e la natura. Ciascun livello evolutivo possiede regole proprie e “tendenzialmente” sottostà  ai livelli superiori. Egli, inoltre, intravede in qualsiasi atto, a prescindere dal soggetto o oggetto che lo compie, un “atto morale” che sottostà alle leggi della Qualità, componente metafisica della sua filosofia che in entrambi i volumi fatica a definire, fino al punto di chiarire che la “Qualità” è qualcosa che per definizione non può essere definita. Così ad esempio si spiega perché è comunemente accettato prendere un semplice antibiotico. Il medico con la medicina distrugge milioni di cellule batteriche che lottano per la vita ed il tutto è comunemente accettato senza problemi. Probabilmente più della metà delle persone del pianeta moriranno senza aver mai pensato o realmente compreso questo punto. Il genocidio batterico è un atto morale dall’alto verso il basso quindi considerato positivo, giusto. Nella gerarchia gli atti esercitati dall’alto verso il basso non sono granché problematici. Allo stesso modo, mediamente si accettano le leggi, codici di comportamento standardizzato definite per governare e controllare nonché mantenere in sicurezza la società (è facile constatare che le leggi sono comunemente accettate dai più, al di la della loro piena condivisione da un gruppo). La società accetta che vi siano dei regolamenti atti non solo a definirla ma a controllarne lo sviluppo. Questo livello genera un insieme di forze che si scaricano verso il basso della gerarchia e che tali strati le subiscono. Al loro livello (ad esempio il livello biologico), la società non esiste e queste regole non sono direttamente espletabili a quel livello e ne tantomeno codificabili. Ecco che prende forma la legge universale della Qualità, come scala di valore, positivo o negativo, che governa non solo i livelli orizzontali ma anche la loro reciproca interrelazione verticale. A questo punto, un atto che parte da un livello inferiore verso quello superiore è percepito come immorale o nel quadro di Pirsig “ad alto contenuto di Qualità negativa”. Un esempio è la stessa reazione batterica al corpo, che da basso della gerarchia tende ad ammalarlo e degradarlo. Ecco che il repentino, e da tutti accettato moralmente, intervento del medico dall’alto della gerarchia arriva per porre fine alla malattia. Ma se vogliamo proporre un esempio più immediato pensiamo alla sfera sessuale (livello pressoché biologico se pensiamo il sesso come un atto riproduttivo con il fine evolutivo di conservazione della specie) e da tutte le sue problematicità legate ai pudori, gelosie, leggi che ne regolamentano gli atti etc. Quando i livelli inferiori cercano di dettare legge, di prendere il sopravvento, i livelli superiori tendono a giudicare questi ultimi come immorali e cercano di controllarne lo sviluppo e la stortura. Può capitare che i livelli inferiori, in maniera organizzata, riescano a prendere il sopravvento portando qualità negativa percepita come degenerazione. Questo è il caso dei fascismi o dei comunismi, espressioni del livello sociale che hanno tentato di controllare e mediare i livelli superiori, rispettivamente: il livello culturale e quello intellettuale. Pirsig conferisce agli intellettuali, la massima espressione evolutiva, il compito, attraverso la sapienza esperita mediante la Qualità, di guidare la società. Egli intravede negli intellettuali quella che ama definire la Qualità dinamica, che si contrappone alla Qualità statica. La qualità dinamica è la forza creatrice che sconfigge l’ignoto generando la stessa realtà. La qualità statica, non negativa di per se stessa, è quella che governa lo stato di cose. Tali concetti, in quanto appartenenti ad una metafisica, sono estensibili a qualunque aspetto del percepito, ma per esemplificare ciò che Pirsig vuole mostrarci, possiamo pensare a quando siamo in procinto di compiere un’ azione giudicata entusiasmante da noi stessi. Può essere l’acquisto di un oggetto, un vestito, un libro. Qualsiasi cosa la vogliate con tutto voi stessi. Immaginate di ottenerla, di utilizzarla. Dopo un po’ di tempo essa smetterà di trasmettervi le stesse sensazioni dei “primi giorni”. Ecco, al momento dell’acquisto la Qualità dinamica era in opera, generando un turbinio di sensazioni e piccoli o grandi sconvolgimenti. La stessa Qualità ha perso la sua dinamicità lasciando il passo alla staticità. L’oggetto, proseguendo l’esempio, sarà sempre utile, di per se stesso questo è positivo, è Qualità positiva ma di natura differente: non più dinamica per l’appunto. La stessa Qualità è in opera nella scienza quando muove un ulteriore passo verso la decodifica delle leggi dell’Universo. Gli addetti ai lavori, gli scienziati, sono continuamente sballottati a destra e sinistra tra qualità dinamica e qualità statica. A scuola si insegna per lo più qualità statica. Ma quella qualità divenuta statica è stata un momento nel passato opera della Qualità dinamica, ad esempio quando il Leopardi ha ultimato la stesura de “L’infinito”.

A questo punto, dopo questa breve digressione sulla “metafisica della Qualità”, ritorniamo a New York percepita da Pirsig come un Gigante. Anche la Grande Mela, come qualsiasi altra città, è qualcosa di evolutivamente superiore. Una nota. Credo che Pirsig non dia giudizi in tema di evoluzione, la sua metafisica è essa stessa una sorta di teoria del giudizio sulla scia di Immanuel Kant! E tantomeno io ho intenzione di fornire un giudizio di qualità (notare la lettera minuscola). Si può facilmente constatare che in discussioni su argomenti simili l’interlocutore tende a prendere posizione, a schierarsi e modificare i toni della discussione a seconda del giudizio percepito, su un tale argomento, anche quando si è molto attenti a misurare le parole e filtrarle da qualsiasi giudizio qualitativo affrettato. In altre parole, questo avviene anche quando si esprime una descrizione scientifica di un qualsiasi fenomeno. In realtà, non mi soffermerò a lungo su questo punto anche se ho intenzione di riprenderlo nel futuro, si sa benissimo che le parole possono essere fraintese, e diventare giudizi i quali nella mente dell’interlocutore distaccano il nocciolo del discorso dalla suo guscio logico avvolgendolo in una bandiera multicolore. Citando il pensiero di un grande pensatore come Alfred Korzybski (1879-1850), spesso le parole e l’intera struttura linguistica tendono ad allontanarsi dalla realtà delle cose e la perduta aderenza ingenera reazioni del sistema nervoso con conseguenti alterazioni fisiologiche (Korzybski la definiva “semantic response”[4]). Un esempio? Perché quando si discute di politica si finisce per litigare?

Ritornando sull’evoluzione e sulla struttura gerarchica, anche io, come Pirsig, al cospetto di una grande città tendo a percepire quasi a livello inconscio un “Gigante” che ha bisogno di energia per sopravvivere. Si può pensare a tutta l’infrastruttura che sorregge una moderna city: la rete idrica, la rete elettrica, le infrastrutture di telecomunicazioni, la rete fognaria. Si possono altresì pensare ulteriori infrastrutture meno fisiche ma altrettanto importanti, come il settore terziario, il welfare ad esempio, il sistema di riscossione dei tributi etc. e ormai vitali per il funzionamento del meta-organismo cittadino. Allo stesso modo delle cellule che formano un organismo vivente. Al loro livello biologico non vi è una “consapevolezza” sotto forma di regole o leggi operanti che dominano gli organi che costituiscono. La funzione di una cellula è differente dalla funzione di un organo, la cellula “serve” l’organo e può essere anche specializzata in alcune funzioni, ma una sola cellula non forma un organo e spesso è facilmente rimpiazzabile se difettosa. Allo stesso modo un organo “serve” un corpo biologico il quale lo “sfrutta” per espletare le sue funzioni che viste dal livello cellulare possono essere definite meta-funzioni. Questi ragionamenti, oggi, sono interni ad un’affascinante disciplina che prende spunto anche dalla scienza dei sistemi: la Scienza della Complessità. Nel quadro tracciato dalla Complessità ciò che risulta interessante sono le interrelazioni tra i sottosistemi che compongono un meta-sistema, e il fatto che alcune leggi vigono in un sottosistema ma non nel sistema sovrastante gerarchicamente, e che alcune leggi o proprietà possono “emergere” da comportamenti collettivi e non possono essere riscontrate nei singoli elementi componenti. Spesso, in forma misticheggiante, tali concetti sono espressi con un mantra dal gusto orientale che recita: “Il tutto è più della somma delle sue parti”. Il punto essenziale è il seguente. Alcuni possono avere la percezione che vi sia una entità superiore, non mi riferisco a nulla di mistico, in pratica una sorta di meta-organismo i cui “organi” sono altamente interrelati e sono condizione necessaria alla sopravvivenza del meta-organismo stesso. Ora, se si volesse andare al di la di questa percezione? Immaginate di avere voglia di qualcosa, ma non avete le parole, le espressioni, in definitiva le frasi adatte per esprimerlo. Rimane una sorta di sensazione, non chiara nemmeno a voi stessi, ma in fondo avreste lo stesso modo di ottenerla. Poi ad un tratto trovate le parole per spiegarlo e siete, ora, in grado di comunicarlo e magari di spingere qualcuno ad aiutarvi, sicuri che abbia compreso ciò che volete. Probabilmente avete usato un esempio, una metafora, parole prese a prestito da differenti contesti. Siete riusciti a spiegarvi. Spesso, al contrario, capita che l’oggetto del vostro desiderio sia chiaro nella vostra mente e guarda caso esiste una parola od un nome comunemente accettato per esprimerlo. La mia domanda a questo punto è: esistono ad oggi, parole, nomi o frasi comunemente accettate per esprimere la sensazione dell’esistenza di un “Gigante”? Si potrebbe rispondere affermativamente e liquidare la questione con un semplice: quello di cui tu parli è ciò che i sociologi studiano ovvero la “società”. Ma né Pirsig né me stesso, nella prosecuzione del suo ragionamento, abbiamo percezione della società. Tutti sanno cosa sia la società, anche se ognuno darebbe una definizione leggermente differente. Il “Gigante” di Pirsig è un organismo vero e proprio che fa parte di un preciso percorso evolutivo, dove parte delle “cellule” che lo compongono sono organizzate e le cellule stesse amano definire la loro organizzazione “società”. Il “Gigante” è molto di più di una “società” e le cellule anche se organizzate e detenenti specifiche funzioni possono essere quasi sempre rimpiazzate. Il problema alla base del passaggio da “semplice percezione” a consapevolezza concreta e immediata potrebbe essere risolto con l’invenzione di nuovi concetti, ma so che non basta. L’uso di questi deve essere talmente comune, chiaro e immediato che non dovrebbe esserci bisogno di ulteriori parole per spiegarlo. Se parlo del mio braccio, la stragrande maggioranza comprende immediatamente cosa intendo. Non c’è bisogno di lunghi giri di parole e astrazioni per definirlo. Il concetto di braccio è ben definito, chiaro, circostanziato e può essere utile come “mattoncino” per la costruzione di ragionamenti più elaborati. Ciò non vale con concetti astratti come felicità, vita, amore e così via. Quasi sempre il disaccordo sulle questioni inerenti questi concetti deriva da punti di partenza differenti. Proprio perché partire da una definizione soggettiva su queste cose è pressoché impossibile. Credo che alla base della percezione oggettiva di un super-organismo vi sia un problema di definizione. Korzybski, se fosse in vita oggi, direbbe che “le mappe afferenti ad un comune territorio sotto gli occhi di ogni uno sono troppo differenti per far sì che nasca una coscienza globale di una simile entità”. Probabilmente questa nascerà quando si formerà un concetto ben chiaro di quest’ultima nella mente delle persone, concetto molto simile nei punti fondamentali per ognuno. Finché il tentativo di questa unificazione è lasciato ad una disciplina che tende a descrivere il “Gigante” attraverso la spiegazione dei meccanismi che governano la società, la stessa sarà ostaggio di una forte ed inesorabile miopia. A mio avviso manca una struttura di concetti ed idee unificante che permetta di parlarne come se si stesse parlando del pranzo consumato il giorno prima.

In questi ragionamenti cito contemporaneamente due illuminanti pensatori, Pirsig e Korzybski, proprio perché i loro temi di indagine seppur differenti hanno dei punti di contatto molto forti, non tanto negli obiettivi ma nella metodologia di approccio. Korzybski nella sua opera principale “Science and Sanity” espone il suo pensiero sul legame tra sanità mentale e scienza. Precisamente egli mette in guardia da un utilizzo sconsiderato delle strutture linguistiche, sia per la singola persona che per l’intera società, in quanto numerose problematiche e veri e propri conflitti nascono da un uso sbagliato del linguaggio stesso e delle astrazioni nel ragionamento. Entrambe inoltre vedono nell’applicazione dei precetti aristotelici alcune storture note nel pensiero moderno. Entrambi attaccano le “scissioni aristoteliche” da prospettive differenti. Entrambi comunque giungono alla conclusione che la frattura tra mitos e logos, tra techné e arte, tra umanistico e scientifico, è stata causata dal pensiero aristotelico. Korzybski intravede errori logici che hanno infettato il discorso, Pirsig accusa Aristotele di aver messo in atto una struttura di pensiero che non permette di intravedere più la Qualità da cui tutto scaturisce. Korzybski non intende fornire una metafisica ma “semplicemente” dà forma ad un sistema interpretativo del comportamento umano da cui ricava delle regole che, se seguite, portano ad una vita migliore, ad una più elevata salute mentale. Il trucco è una sorta di educazione al pensiero astratto che lo studioso invita a perseguire prendendo a modello il processo scientifico, in particolare la struttura su cui si basa la matematica e la scienza in generale. Egli, e questo è uno degli interessanti punti di contatto metodologici con Pirsig, ritiene che esista una sorta di gerarchia di astrazioni di livello superiore, gerarchia che parte dalla risposta del sistema nervoso degli esseri viventi fino ad arrivare a strutture nervose (oggi diremmo regioni cerebrali) più sofisticate capaci di produrre anche il linguaggio. Il linguaggio per Korzybski ha un potere fortissimo capace di modificare la struttura nervosa dell’interlocutore generando ciò che lui definisce “semantic response”, già citata in precedenza. Pirsig dice, dal canto suo, che la Qualità è un’ entità percepibile e pre-intellettuale, arrivando a dire che non è definibile. Korzybski sostiene inoltre che nella gerarchia di astrazioni vi è un livello (chiamato “struttura profonda”) dove non esiste il linguaggio ma solo risposte nervose, un livello che è presente ed è esperito dal soggetto, anche se allo stesso non percepibile obiettivamente. Oggi, ma anche nel 1930 quando egli ha espresso queste idee, tale livello è comunemente chiamato il livello emotivo o il dominio delle emozioni le quali hanno un linguaggio proprio ed una loro livello intellettuale. Queste idee hanno spinto studiosi di psicologia, come lo psicologo e giornalista scientifico Daniel Goleman, a scrivere best sellers sul tema dell’Intelligenza emotiva e come utilizzarla nel lavoro e nella vita di tutti i giorni. Ho ripreso parte del pensiero korzybskiano poiché è utile nel nostro ragionamento in quanto probabilmente non esiste una struttura nervosa, meglio dire in termini moderni una correlazione neurale, che possa “comunicare” alle gerarchie superiori l’esistenza di un super-organismo. Intendo con questo che la percezione del “Gigante” è ad un livello emozionale, o nella struttura profonda korzybskiana. E in quanto tale non è esprimibile o definibile. Risulta essere un’ astrazione che genera sì una risposta (semantica) ma incomunicabile con immediatezza.



Bibliografia


[1]         R. M. Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Milano: Adelphi, 1981.

[2]         E., Guglielmi, Giuseppe, Morin, [L’esprit du temps.] L’industria culturale. Saggio sulla cultura di massa. (Traduzione di Giuseppe Guglielmi.). Bologna: Il Mulino, 1974, 1974.

[3]         R. M. Pirsig, Lila : indagine sulla morale. Milano: Adelphi, 1992.

[4]         A. Korzybski , Science and sanity; an introduction to non-Aristotelian systems and general semantics. Lakeville, Conn.: International Non-Aristotelian Library Pub. Co.; distributed by Institute of General Semantics, 1958.


Ultimo aggiornamento Domenica 30 Novembre 2014 18:42

Se tutta la popolazione mondiale usasse lo smartphone come lo si usa in media?

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Le dittature tradizionali, nate nel secolo scorso, sono pressoché indifese di fronte a processi rivoluzionari "istantanei", che agiscono e reagiscono fulmineamente, alimentati da tecnologie e comportamenti (internet, facebook, twitter, tv satellitare ecc.) che nessun potere sa come controllare.

Khemais Chammari, su Sette, 2011


Perché le macchine continueranno la nostra invasione.

Se tutta la popolazione mondiale usasse lo smartphone come lo si usa oggi mediamente?

Immagine da http://www.ihelplounge.comA discapito del titolo apocalittico di questo articolo, vorrei porre seriamente l’attenzione adesso su un tema molto dibattuto: la diffusione di Intenet, dei social network e delle tecnologie annesse e del legame che esse hanno con la futura micro-automazione di tutti i processi che soggiacciono al mantenimento della nostra vita.

“Tutti vogliono viaggiare in prima… […] Tutti quanti con il drink in mano…” fa una bella canzone di Luciano Ligabue. Gironzolando per le città dei cosiddetti paesi ad economia avanzata (ma ora in maniera accelerata anche nei paesi in via di sviluppo) non si può negare che “Tutti voglio viaggiare in prima…Tutti con laptop o smartphone in mano…”. Siccome su Sublimina.it si possono tranquillamente azzardare ipotesi, porre domande e gettare basi per discussioni future mi sono domandato come dovesse essere il mondo se “tutti”:

  1. Avessero un lavoro in ufficio davanti ad un computer;
  2. Passassero la maggior parte del loro tempo, dopo il lavoro, su social network o in generale su Internet;

Si badi bene che quando si asserisce “tutti” intendo proprio tutte le persone che possiate immaginare sul pianeta terra.

Tu che lavoro fai?

Ehm io lavoro nel social media marketing. Io sono un designer. Io sono un ingegnere informatico. Io sono un programmatore. Io faccio siti web. Io gestisco account social di grossi brand. Io gestisco un grosso blog di cucina. Io sono fotografo. Io sono giornalista su una testata online. Io gestisco la contabilità per un’azienda.

Sono lontani i tempi della bolla speculativa d’inizio millennio, ed il Web 2.0 oltre ad essere realtà sembra aver raggiunto di già il suo grado di maturità per trasformarsi in qualcosa di ancora più pervasivo.

Come può reggersi un’economia (reale) se tutti sono perennemente e letteralmente d’avanti ad un computer?

Queste riflessioni possono nascere non solo se entrate in un comune Starbucks, dove l’unico rumore che si sente è il silenzio dei fragorosi ingranaggi dei cervelli che consumano caffè di fronte ad un laptop o un tablet. Basta che vi guardate intorno. E qualsiasi aspirazione lavorativa, in qualche modo ha a che fare con la maggior parte del tempo di fronte ad un PC.

Una cooperativa per il sociale? Servirebbe un pc ed un account social. Vogliamo rinvigorire la Foresta Amazzonica? Senza computer non possiamo farlo! Ora esagero, ma la mia impressione sembra che qualsiasi cosa derivi dal computer anche fatti che solo qualche anno fa erano distanti anni luce.

Azzardo a dire che questo trend di crescita nella micro diffusione di tecnologie atte a tenere connesse le persone tra loro e fisicamente a mantenerle incollate ad uno schermo touch, può rimanere tale se e solo se cresce la micro automazione di tutti i processi tecnologici e quindi industriali che sorreggono l’economia reale.

Per micro automazione intendo l’automazione di tutti quei processi che non fanno parte solo dell’industria della produzione di massa, ma anche lavori usuranti che vengono svolti da esseri umani. Parlo di camerieri, conducenti di mezzi pubblici, sportellisti etc.

E’ inevitabile che in un futuro prossimo tutti questi lavori siano svolti da robot. Negli anni Ottanta dello scorso secolo l’automazione mediante robot nel contesto industriale ha fatto da padrone e ha innescato un discusso processo di crescita della disoccupazione. La robotizzazione nella produzione di automobili è oggi normale realtà.

Uno scenario che ricorda “Matrix” il film, dove la maggior parte delle persone vive connessa in un mondo digitale.

Ritengo sia una questione di equilibrio e retroazione. Per adesso i “paesi con lo smartphone tra le mani”, continuano ad importare manodopera straniera a basso costo (di cui un’alta quota deriva da immigrazione clandestina controllata), ma la mia provocazione è: quando anche questa fetta di popolazione vorrà avere lo smartphone e passare i suoi momenti (lavoro o tempo libero) incollata ad un computer?

Ultimo aggiornamento Martedì 15 Aprile 2014 21:17

Complessità e Conoscenza, due parole...

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La bellezza della logica è che dà certezza, la bellezza della complessità è che non ne ha.

[non so]

In questo breve articolo si ritorna sui concetti di "Complessità" e "Conoscenza" analizzandone brevemente il legami reciproci alla luce di quanto sappiamo dell'Universo fisico.

Solitamente quando si parla di complessità, per chi li conosce, affiorano nella mente le immagini frattali. Questi ultimi sono un classico,complessità dell'universo nonché illuminante esempio di complessità poiché ricalcano quella del mondo reale. Ad esempio la linea di costa di una regione, che se vista a differenti ingrandimenti, sembra possedere una forma che si ripete simile ma sempre un po’ differente da se stessa. La matematica moderna e le scienze in generale sono al corrente dell’esistenza di questo elemento imprescindibile dell’Universo che abitiamo. Dal secolo scorso, sono molti i tentativi di domare la complessità fisica della natura, e nell’esercitare tale sforzo intellettuale, si è giunti sulle orme di qualcosa difficile da definire, qualcosa che, al contrario di quanto si pensi comunemente, ha una straordinaria forza creatrice: il caos. Il formalismo matematico e la pratica sperimentale tramite algoritmi al calcolatore sono giunti a padroneggiare parte dei fenomeni caotici e a indagare come questi generino la complessità. Ad oggi, sembra che qualsiasi cosa appartenga al dominio della natura, dagli ecosistemi, agli organismi biologici abbia a che fare con il caos e con la complessità. Tuttavia, una vera e propria definizione di complessità, ancora è di la da venire, le proposte altresì sono tante. Tale definizione sarebbe un buon punto di partenza per poter improntare un qualche ragionamento e aggiunge l’IO, quella singolarità terrena, al gioco intellettuale. Tale singolarità tenta di formulare una serie di ipotesi e leggi che generalmente vanno a far parte di quel bagaglio noto come “Conoscenza”. Sicché ci si ritrova a ragionare sulla Complessità obbligati a considerare la Conoscenza.

La maggior parte degli studiosi e dei pensatori in genere ritiene che per poter parlare di complessità serva la conoscenza di qualche definizione, sono d’accordo. In verità è chiaro che non esiste una sola definizione di complessità, non esiste una Ur-definizione che ne permetta la conoscenza, per l’appunto. Sottolineo, da subito, che sono al corrente del fatto che il legame tra Complessità e Conoscenza non si identifica solamente con quello celato nelle righe precedenti. Tuttavia si può essere pacifici sul fatto che una definizione è un buon punto di partenza per improntare un ragionamento quantomeno per essere sicuri di esercitarlo sugli stessi termini. Sicuro è che comprendere la complessità dell’Universo sia arduo, e questo sembra scontato, lapalissiano per dirlo in maniera dotta. Forse non è scontato cercare di spiegare perché la complessità dell’Universo è (almeno sembra) inconoscibile, datane una definizione. Non so se può essere ritenuta una semplificazione ma per quanto riguarda l’Universo vorrei analizzare, brevemente, l’Universo fisico o quantomeno quella parte materiale indagata dai fisici. Di nuovo, semplificando (questa volta per brevità), l’attività dei fisici, e non solo, è quella di scoprire qual è la struttura dell’Universo fisico. Per struttura intendo, se la si vuole vedere matematicamente, la relazione, tra gli enti che costituiscono l’Universo stesso. Per enti non intendo qualcosa di filosofico quanto effimero, bensì le quantità misurabili in gioco come energia, massa, atomi, informazione etc. nella descrizione del funzionamento della Macchina-Universo, o del Computer-Universo se vi piace, attraverso le leggi fisiche. Bene, tutti prendono per buono che le leggi fisiche sono “vere”, anche io del resto. Esse sono sottoposte alla macchina della verità del metodo sperimentale, e fino a prova contraria sono vere. Se però immaginiamo che l’Universo materiale sia in evoluzione continua (ahimé sono le leggi fisiche che lo indicano (e qui intravedo problemi di autoreferenzialità)), e se non forziamo quanto sto per dire con la non esistenza di un tempo assoluto tirando in ballo Albert Einstein, gli esperimenti condotti dai fisici, da un grave che cade fino alla ricerca dell’Higgs, sono effettuati all’interno della storia dell’universo, all’interno della sua stessa, forse irripetibile evoluzione. Con ciò voglio dire che possono esistere due modi di descrivere l’Universo:

1) Un primo è puramente descrittivo, ovvero “raccontando” come sono andate le cose, e gli esperimenti passati e futuri prendono parte al suo divenire ;

2) Un secondo è (ed è quello che la cosmologia per lo più cerca di fare) attraverso le leggi fisiche, delle black-box cui dato un input restituiscono un risultato.

Quest’ultimo metodo funziona, ma ho paura che nasconda qualche tranello. Ho l’impressione che la descrizione tramite le leggi fisiche sia la codifica di un qualcosa tramite un altro qualcosa direttamente manipolabile da colui che indaga l’Universo, colui che aspira a “conoscere”. Ma questa codifica sembra non essere 1:1, in altre parole le leggi fisiche, attraverso la matematica, appaiono come una compressione di ciò che accade nell’Universo la fuori (o qui dentro?), che non tiene presente la sua intrinseca evoluzione che, in linea di principio si badi bene, potrebbe essere colta attraverso il primo metodo (quello puramente descrittivo). In altre parole le leggi fisiche possono essere inquadrate intuitivamente come ricette, (data una ricetta, più o meno il dolce viene simile se il pasticciere è bravo) o detto meglio come algoritmi. (Se non vi suonano gli algoritmi si pensi all’utilizzo dei calcolatori, imprescindibile ormai sia negli esperimenti sul mondo microscopico che sull’universo in generale). Se le leggi fisiche possono essere identificate con gli algoritmi è possibile generare un ponte con la Complessità e quindi con la Conoscenza. Questo ponte è stato costruito sulla base della Teoria dell’Informazione di Claude Shannon. Quest’ultimo ha posto le basi matematiche della teoria della comunicazione, ma ha dato un primo vero modo di quantificare l’Informazione di un sistema. Sulla scia dei suoi studi Kolmogorov da un canto e Gregory Chaitin dall’altro hanno inventato quella che oggi è nota come Teoria Algoritmica dell’Informazione (AIT). Essa tenta di definire la complessità attraverso la nozione di “programma” o algoritmo se si vuole (non è proprio la stessa cosa ma per brevità non è malvagio assumerlo). La complessità di un numero, di una stringa di bit o di una proposizione formalizzata, è pari alla quantità di Informazione del programma (minimale) utilizzato per generarla. Ad esempio, l’algoritmo per generare pi greca è corto (poca informazione) rispetto all’irrazionalità del suo sviluppo decimale: pi greca non è un numero Reale complesso, anche se ha uno sviluppo infinito. Al contrario un numero che sia veramente casuale non ha un algoritmo per generarlo (le funzioni “random” dei linguaggi di programmazione sono implementate con algoritmi deterministici e generano numeri pseudo-casuai), il “suo algoritmo è esso stesso”, la sua complessità è massima (massima quantità di informazione). Questa è una grossa semplificazione della AIT, essa di fatto ha da dire molto sulla stessa matematica e sembra accordarsi su quanto Godel e Turing hanno mostrato coi teoremi di incompletezza…

Tornando all’Universo fisico, e terminando, se si prende per buona questa misura della complessità (quella fornita dall’AIT) che porta con se un abbozzo di definizione, le leggi fisiche sono algoritmi che comprimono l’Informazione dell’Universo, mentre potrebbe darsi che il vero metodo per domarne la complessità sia il n° 1 (quello della descrizione). E’ certo che questo non è realizzabile in quanto la quantità di informazione che serve coincide con quella stessa dell’Universo inteso come programma minimale. In questi termini, sia in un modo sia che nell’altro sembra impossibile domarla, e per quanto concerne la Conoscenza, essa deve accontentarsi di comprimere i dati sensibili in leggi, facendo attenzione che siano sperimentabili, altrimenti si rischia l’etichetta di “mere elucubrazioni”, come questa che è appena terminata, forse.


P.S. Gregory Chaitin sostiene che la compressione è comprensione.

P.S._2 Ma allora la storia dell'universo è un unica macro-definizione?


Letture consigliate:

Barrow, J. D,;Teorie del tutto. La ricerca della spiegazione ultima, Adelphi, Milano, 1992

Chaitin, G.; Alla ricerca di Omega, Adelphi, Milano, 2007

Bartugia, C. S., Vaio, F.; Complessità e Modelli, 2010, Bollati Boringhieri

Seife, C.; La scoperta dell'universo. I misteri del cosmo alla luce della teoria dell'informazione, Bollati Boringhieri, 2011

Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Marzo 2016 18:09

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