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La Conoscenza è come una linea, dove sono i confini non ci è dato di saperlo.

Sublimina.it è un viaggio personale nel mondo del pensiero umano. Per raggiungere ogni meta c'è una via ed ogni via ha un ingresso. Questa è la mia porta personale, l'ho appena aperta. Ognuno ha la sua porta, qualche volta si ha bisogno, però, di intravedere cosa c'è al di là della porta altrui per mirare l'altrove che sta dietro la propria.  Ispirato da: Franz Kafka, Il processo (1925)


Parole astratte, parole concrete

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Bisognerebbe poter mostrare i quadri che sono sotto il quadro.

Pablo Picasso


La Libertà che guida il popolo - Eugène Delacroix - 1830A volte vedo la mia vita specchiata attraverso le altre persone, quasi mai riesco nell’impresa di sentirla emergere dalle secrete più profonde del mio animo. E quando accade, mi riempio di una illimitata felicità che va assopendosi non appena ritorno alla vecchia abitudine. Poi, spesso, mi accade di riflettere su una serie di parole udite e ribadite nelle conversazioni quotidiane, scritte sui giornali, post di blog e chi più ne ha più ne metta: libertà, giustizia, amore, premura, lealtà, bontà d’animo, ostinazione, temerarietà… E non solo nell’accezione del “bene” – parola che potrebbe essere aggiunta alla lista – bensì anche del “male”: cupidigia, ignavia, cattiveria, gelosia, malvagità… Del resto anche l’utilizzo del termine “anima”  genera in me non pochi problemi. Ecco, mi domando cosa in realtà riferiscono davvero tali parole, note come afferenti al campo della Morale. Vero è che il linguaggio è appannaggio degli esseri umani e che, quindi, solo noi disquisiamo con scioltezza e disinvoltura della “libertà di una nazione”, della “cupidigia di certe persone” e del “bene comune” come obiettivo finale di una società in salute (o del male assoluto). D’un tratto, quando i miei pensieri si avvolgono in tali esempi, sento da qualche parte all’interno della mia mente una serie di “click” e partono immagini di devastazione, di guerre passate ed attuali, di rovinosi tradimenti, di ghepardi che studiano la propria preda nei minimi particolari prima di assalirla sicuri, ma forse incoscienti, della propria superiorità fisica. Il filosofo contemporaneo R. M. Pirsig arriva addirittura, e non a torto, a definire l’iniezione di un antibiotico come un genocidio di una popolazione di batteri che vivono in un corpo. Ancora, si hanno slavine, terremoti, tsunami, esplosioni per fughe di gas, stupri, violenze su donne e su uomini; bambini in paesi del Terzo Mondo che darebbero un braccio per avere solo un pezzo della comfort zone che gli occidentali spesso scambiano per noiosa routine quotidiana. Cosa se ne importa la Natura della libertà?

O Natura, o Natura perché non rendi poi quello che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?”. Già G. Leopardi si era spinto molto nel rapporto tra Natura e Uomo, finendo per abbracciare quello che i critici hanno poi definito pessimismo cosmico essendo nel pensiero del poeta la Natura considerata “matrigna”. Evidentemente anche in Leopardi alcuni pensieri hanno fatto scricchiolare gli assi dei neuroni. E allora, cosa ha a che fare il sostrato biologico con le vicissitudini che ci raccontiamo e ci rimbalziamo di mente in mente nel normare trascorrere le nostre vite sociali? Nella fisica classica, dai sistemi più semplici ai sistemi più complicati vi è una sorta di discesa naturale che regola il comportamento del sistema stesso, discesa verso il minimo energetico. Un sasso che cade e si deposita sul terreno va verso il suo predestinato minimo. Gli scienziati direbbero che il sistema sta minimizzando l’energia. Sebbene i biologi hanno più difficoltà nel rintracciare tale semplice legge, anche nelle interazioni biologiche si discende verso il campo di minima energia. Detta con una certa approssimazione, sembra che tutti i sistemi seguano questa regola. E cosa è la cupidigia? Un minimo di energia? E la cattiveria? Ciò che appare lampante è uno scollamento tra due livelli ben distinti; il livello dell’interazione biologica ed il livello dell’interazione sociale degli esseri umani, specie che assieme a moltissime altre abita il pianeta terra. Se il raggiungimento del “bene comune” appare un’utopia, mentre il giaguaro che agguanta affamato la preda è una realtà della savana, da qualche parte nella struttura dei comuni ragionamenti qualcosa non torna. Nel passato e purtroppo anche nel presente si usava attingere all’ “ira di Dio”, come elemento scenico tristemente salvifico che faceva da collante tra un fenomeno catastrofico e una presunta direzione verso il “bene” del procedere storico dell’uomo.  Dio l’ho tenuto per un attimo da parte (non me ne voglia) e non l’ho inserito volutamente nell’incompleto elenco sovrastante poiché è l’entità più dibattuta della storia e meriterebbe, almeno in apparenza una discussione a parte (anche se qualcosa mi suggerisce che anche Dio rientra per qualche grado in taluni ragionamenti). “I terremoti accadono per tutto il male che l’uomo fa nel mondo”. “Ti sei comportato male ecco per che ti è accaduta questa disgrazia”. Beninteso simili relazioni di causa-effetto non sono presenti solo nella cultura cristiana, basti pensare al karma. Che vi sia una certa intelligenza (non per forza teleologica) nella natura è lampante! E’ altresì chiaro che percorrere la catena causa-effetto che porta da una cattiva azione ad una catastrofe non è semplice anche se talvolta non è impossibile. Una casa costruita con la sabbia senza tener conto di fattori sismici è una cattiva azione e presto o tardi sarà causa di una tragedia. A morire non saranno con tutta probabilità i progettisti e costruttori ma chi vi abitava! E che colpa ne hanno loro? Nessuna. Oppure dovevano informarsi? E se sono stati ingannati anche dai periti? Ecco che la catena si spezza e una tragedia è accaduta per una colpa, certo, ma non assegnabile a chi ci ha rimesso la vita. Discorsi della stessa struttura sembrano comparire quando si tratta l’argomento mutazioni climatiche e global warming… Tsunami e devastazioni avvengono per mano umana, per quella colpa che ha nel proprio DNA i geni del “peccato originale”. E che dire dell’eruzioni vulcaniche? E di un meteorite che colpisce la terra? Il fisico Fred Hoyle, in “L’origine dell’’Universo e l’origine della Religione” tenta la sua ipotesi sull’origine di Dio e della sua peculiare personalità intravedendo in una pioggia di fuoco dovuta al passaggio di una cometa il riferirsi alla punizione divina da parte dell’uomo, diverse migliaia di anni fa. Del resto, nella Bibbia il peccato originale, cioè quell’azione compiuta da parte di Eva verso Adamo, appare come la condizione iniziale che determina gli esiti nefasti nella storia dell’uomo condannato al duro lavoro. La Bibbia è una narrazione. L’uomo, come del resto io stesso qui, offro una narrazione. “Giustizia”, “libertà”, “amore” sono una narrazione che passa non solo attraverso il filtro cognitivo dell’essere umano nel frangente attuale di tempo, ma è frutto di una sedimentazione avvenuta con costanza e dedizione di generazione in generazione, all’interno di un dato universo culturale. Lo scollamento di cui dicevo sopra, è nascosto nei meandri del filtro cognitivo che si sostanzia nella narrazione della storia dell’uomo. Narrazione che trae linfa da una serie emergente di cause-effetto, che sono selezionate rispetto a tutto l’insieme di cause-effetto concepibili, che sono in numero pressoché indefinito.

Se un uomo confida alla propria donna (o viceversa) di fare “sesso” e non l’ “amore”, quando sono nell’intimità, facili possono sopraggiungere problemi. Sesso e amore sono termini che si riferiscono ad universi differenti, sono i due lembi scollati. Non per questo una riappacificazione ecumenica non può esistere definendo il sesso come l’atto naturale (appunto) che si compie quando due persone si amano e stanno bene insieme. Ma solitamente, in una coppia dove vi è sentimento, se vi è sesso vi deve essere l’amore. Il sesso è come qualcosa di gerarchicamente più basso, rispetto ad Eros che domina dall’alto. Dal punto di vista biologico il sesso è un’importante funzione per la conservazione della specie, e l’amore?

Quale universo abita la libertà? Se chiudo un certo numero di molecole di un gas in un setto ermetico, creando un simulacro di un sistema termodinamicamente chiuso, come posso pretendere che le particelle siano libere di passare all’esterno? Ah, il concetto superiore di libertà non si applica ai gas nobili? Una macchina imbottigliata nel traffico di un’arteria autostradale non è come una particella di gas bloccata in uno stato? La macchina è guidata, diciamo una macchina classica e non a guida automatica, da un essere umano. Quante volte il concetto di libertà, quando viene invitato a scendere dal piedistallo metafisico, traballa? Lo stesso Dio, quando decide di camminare in mezzo agli uomini, trova non pochi problemi. E se è possibile che sia conscio delle imprecazioni venute dal basso della miseria umana, allora sicuramente starà lì, adesso, a non darsi pace. Il ponte è crollato a causa della piena eccezionale causata dal mal tempo eccezionale? C’è chi pensa che è colpa di Dio e lo bestemmia, chi pensa che sia, al contrario, la volontà di Dio a operare. E se muore un bambino in una disgrazia? E’ arrivato più vicino alla grazia di Dio. Forse questa non è la prima volta che viene posta la domanda in questi termini, ma chi lo ha detto che l’agire della Natura debba per forza seguire i dettami del bene? Un po’ come Fëdor Dostoevskij che, nella propria lotta al pensiero positivista, insisteva nel domandarsi se fosse giusto ritenere che l’uomo persegua il principio del “vantaggio”. Di fatto, per il grande scrittore russo un tale principio non può essere una legge generale, una legge di Natura, poiché l’uomo ha con sé il libero arbitrio, e può contravvenire alla regola per il gusto di farlo, oppure forsanche per  una pulsione di morte… Ma S. Freud era di là da venire. Appare più semplice ammettere che la Natura, matrigna o non, faccia il suo corso, correndo veloce nella propria esplorazione del campo di possibilità, mentre la narrazione umana non riesce a tenere il passo, vuoi per la finitezza dei suoi mezzi, vuoi per un ritardo temporale dovuto ad un tardivo sviluppo delle capacità cognitive superiori, capacità che hanno permesso l’utilizzo del pensiero astratto  e l’uso delle parole chiave - già citate - nella dialettica quotidiana. Tale svantaggio sommato ad una limitatezza delle nostre strutture cognitive potrebbe aver portato ad una compressione dell’informazione necessaria ai nostri cervelli per gestire la complessità del divenire quotidiano e la comparsa, nel linguaggio, di parole designanti concetti astratti come quelle citate all’inizio. E’ un’ipotesi.

Un formichiere che mangiando le formiche di un formicaio regolandone il numero e quindi tenendolo in salute (esempio che piace molto a D. Hofstadter che nel suo celebre librone Godel Escher e Bach viene utilizzato per spiegare il concetto di sistema, di funzione e di emergenza, nonché l’organizzazione gerarchica di alcuni sistemi complessi) compie un’azione eticamente malvagia? Oppure sta compiendo una buona azione nel segno di ciò che è giusto? Per non incappare in un cortocircuito cerebrale, solo una visione gerarchia dei sistemi, o sfere sociali e biologiche può aiutare. E qui incappiamo nella sistematizzazione di Pirsig, ovvero che qualsiasi atto della natura è un atto morale, dal nostro punto di vista. Al di là del bene e del male. Sistemi organizzativamente superiori, ovvero sistemi di sistemi come il mio o il vostro corpo (fatto di cellule, anch’esse sistemi a loro volta) possono compiere delle azioni morali, ad esempio sui batteri, tramite il sistema immunitario, per il nostro bene. Azioni del genere non vengono percepite come male e, di fatto, sono la garanzia per la nostra sopravvivenza. Il sistemi sociali, ovvero una numerosità di individui con le loro regole, leggi, codici e relazioni sono un sistema di sistemi. Tale sistema prevede, tanto per fare un esempio, la “Forza dell’ordine”, che, per l’appunto, può usare la forza per reprimere una situazione di squilibrio fino ad arrivare ad uccidere. Quindi, verso i ranghi inferiori le azioni sono percepite moralmente positive, mentre azioni che vanno nel verso contrario sono percepite come moralmente negative. Regola generale. L’abitudine al vegetarianismo o al veganismo, installatasi negli ultimi anni nelle società occidentali, non va contro questa regola generale, anche se in apparenza chi ha queste abitudini alimentari senza prescrizione medica, tende a non voler uccidere inutilmente gli animali. Quindi un sistema gerarchicamente superiore si rifiuta di fare del male ad un elemento del proprio sistema appartenente ai ranghi inferiori. Questo, bisogna ammetterlo con tutta franchezza, è possibile per l’abbondanza di cibo e nello specifico di proteine di qualità assimilabili con alimenti diversi dalle carni e, in ultima istanza, assimilabili tramite integratori medicinali. Ciò che è verificabile è che il vaganismo non porta all’estinzione (grazie all’abbondanza di cibo) della razza umana, sicché è ammissibile la contravvenzione alla regola generale di cui sopra, cioè che azioni dall’alto verso il basso sono considerate moralmente accettabili. Il contro-esempio è semplice, basta spostare l’asticella (e pare ci siano comunità che tentano di farlo) e considerare immorale anche l’assimilazione dei vegetali, di tutti i tipi (non parliamo di coloro che mangiano solo frutti caduti!). A questo punto ci potrebbe essere qualche problema di mal nutrizione vero e proprio e la legge di sopravvivenza spingerebbe a contravvenire alla regola imposta col cuore e con la ragione. Sembra che siamo giunti al nocciolo della vicenda! Niente di sconosciuto però, i protagonisti sono la selezione naturale e la spinta alla conservazione della specie. L’ingegnere filosofo A. Korzibsky negli anni ’30 del secolo scorso sosteneva che “libertà”, “giustizia”, “amore” e simili, sono parole astratte prive di qualsiasi reale senso e, se abusate, possono portare all’insanità mentale ed al cattivo funzionamento della società. Il filosofo Zygmunt Bauman, dal canto suo, descrive la società in cui viviamo attraverso la metafora della liquidità dovuta alla globalizzazione che ha portato sì ad una società iperconnessa, ma le cui connessioni hanno legami deboli, mutevoli, come il legami polari per le molecole di H2O. Ecco, “Amore”, “Giustizia” e “Libertà” (e tante altre paroline) sono parole liquide, che come l’acqua prendono la forma del contenitore. Per questo le sentiamo pronunciare da qualsiasi fazione politica, in qualsiasi discorso pronunciato con baldanza da un dittatore o da un fautore sfegatato della democrazia. Democrazia, aggiungete alla lista e dimenticate, ahimè, la storia del pensiero greco. Questo è il motivo per cui quando sento tali parole è come se il canale fosse disturbato, come se il filo che dall’amplificatore alle casse acustiche facesse falso contatto emettendo dei fastidiosi “click”, che, per altro, possono anche danneggiarle irrevocabilmente. “Amore”, “Giustizia” e “Libertà” non fanno parte delle regole della Natura, possono essere appannaggio solo del nostro universo sociale, ma purtroppo sono liquide, sono come uomini senza midollo, e si prostituiscono appena possono.

Ultimo aggiornamento Venerdì 01 Settembre 2017 07:00

Il ritorno della meccanica?

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Quando la sera è tersa, osservo il cielo.
Non finisco mai di stupirmi,
tanti punti di vista ci sono lassù.
Wislawa Szymborska


Chaplin Charlot

Nell’Ottocento, in piena rivoluzione industriale, gli entusiasmi positivistici videro nella tecnologia la massima espressione del potere dell’uomo, anche sulla natura. Il paradigma in voga, derivante tanto dalla fisica classica quanto dal paradigma tecnologico dell’epoca basato sulla meccanica, prescriveva di vedere l’universo come un grande apparecchio ad orologeria. Freud fece man bassa di analogie e metafore meccaniche provenienti dalla termodinamica dei macchinari a vapore, con il subconscio inteso come una potente pentola a pressione dall’equilibrio termodinamico incerto. Oggi il paradigma in cui si inquadra la tecnologia non è più quello della meccanica, non vi sono più grandi e piccoli ingranaggi. Oggi vi sono fotoni ed elettroni che viaggiano incessantemente attraverso la rete; alle porte ci sono i computer quantistici che minacciano di rendere i computer moderni obsoleti tanto quanto un coltello intagliato nella selce. Alcuni scienziati sostengono che viviamo in un universo (quantistico) che in ultima analisi è un potentissimo computer che computa se stesso. Si è soliti chiamare l’era odierna come “era digitale” o “era dell’informazione”. Sono davvero spariti gli ingranaggi che inghiottivano Charlot in “Tempi moderni”? Certamente la meccanica ancora oggi nell’industria gioca un ruolo fondamentale, ma nel presente ragionamento il punto è un altro, la sparizione del paradigma meccanico nel descrivere la nostra era tecnologica. Di fatto chi lavora alla progettazione di computer o reti di telecomunicazione o chi conosce l’evoluzione storica degli stessi computer sa bene che ha a che fare con dei surrogati degli ingranaggi. Allo stesso modo di un orologio la cui oscillazione periodiche del bilanciere mette in moto un meccanismo composto da ingranaggi di riduzione della velocità di rotazione che consentono di misurare i minuti e le ore. Un semplice sistema a molle aste e bilancieri permette di far oscillare il sistema tra energia potenziale conservata nella molla ed energia cinetica rilasciata nel moto. In altre parole il sistema dinamico impacchetta energia cinetica rilasciandola di secondo in secondo e tramite gli ingranaggi di riduzione essa è impacchettata in domini temporali sempre maggiori, come i minuti e le ore. I computer hanno al loro interno il cosiddetto clock, anche se non composto da molle aste e bilancieri, bensì da un oscillatore periodico, un circuito elettronico bistabile, che porta il tempo base (master), mentre tutto il resto della circuiteria agisce di concerto regolando le loro operazioni secondo multipli o a volte sottomultipli del tempo base. In questo caso è la tecnologia elettronica a portare il tempo, lo stesso è però scandito in quanti (temporali) che sono trasmessi alle varie parti del circuito proprio come farebbero gli ingranaggi in un complesso meccanismo ottocentesco. E’ noto che nella sua funzione base un computer esegue operazioni aritmetiche. La stessa Pascaline era un pesante dispositivo meccanico composto da ingranaggi metallici che permetteva di compiere operazioni aritmetiche. Sicché ciò che è davvero mutata è la dimensione spaziale dei processi basilari che sottendono la computazione. E come se i computer moderni fossero composti da ingranaggi microscopici e percepiamo il loro lavoro come un continuum. In realtà anche le reti di telecomunicazioni funzionano come una immensa catena di montaggio con tempi ben scanditi e spazi discretizzati dai cosiddetti protocolli di comunicazione che consentono il trasporto dei pacchetti di dati. La nostra percezione, quindi, gioca un ruolo fondamentale nel percepire la tecnologia e farne una grande metafora per descrivere un era. E’ noto che le leggi fisiche che sottendono al funzionamento dei transistor, unita basilari costituenti i moderni chip, sono leggi quantistiche profondamente differenti dalla meccanica classica. Però, fin quando non saranno realizzati dispositivi per la computazione quantistica stabili e performanti, i computer, gli smartphone e i tablet saranno costituiti da un precisissimo meccanismo a orologeria elettronico.



Ultimo aggiornamento Venerdì 01 Settembre 2017 07:40

Rimettere la coscienza in pole position

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Il tempo è null'altro se non la forma del senso interno, cioè dell'intuizione di noi stessi e del nostro stato interno.

David Hume, trattato sulla natura umana


Robert Lanza, un eminente biologo con un curriculum sulla ricerca sulle staminali di tutto rispetto, nel suoi libri, “Biocentrismo” ([1], 2015) e “Oltre il biocentrismo” ([2], 2016) prorompe sulla scena delle infinite discussioni a proposito dell’origine della vita, dell’universo e della coscienza con la sua visione “biocentrica” basata sull’assunto che il mistero dell’universo può essere risolto mettendo al primo posto la biologia che studia la vita e tutte le discipline che indagano il mistero della coscienza. Seppur interessante il punto di vista, esso non è poi così nuovo all’interno del dibattito multidisciplinare sui grandi temi irrisolti, almeno per gli elementi che sono posti in ballo nel ragionamento, come la coscienza presente seppur sotto mentite spoglie nel ricorrersi dell’apriori e aposteriori della filosofia dell’epoca kantiana. Apprezzabile comunque è lo sforzo e il vigore con cui l’autore sostiene la necessità di un radicale cambiamento di paradigma nel metodo con cui ci si approccia alla realtà, dove le categorie di spazio e tempo, seppur utili nella vita quotidiana e imprescindibili nell’indagine propria di molte affermate branche della fisica, sono considerate costrutti mentali e non entità “esterne” con proprietà fisiche reali. Tale mutamento di paradigma è operato sulla scia della nuova visione di Albert Einstein, dove con la Teoria della Relatività, si supera il paradigma assolutistico newtoniano di spazio e tempo assoluti, unificandoli in un'unica matrice, lo spazio-tempo, le cui caratteristiche intrinseche non sono riscontrabili né nel solo concetto di spazio, né nel solo concetto di tempo. Effettivamente, attraverso le fatiche di Ercole concettuali necessarie per relegare il tempo e lo spazio, o meglio, lo spazio-tempo, a puri costrutti mentali, interni all’attività mentale dei mammiferi, le cose diventano davvero particolari. Se il tempo non esiste, il tutto ha un immanenza, esiste nel presente. Se lo spazio non esiste, tutti i prodotti delle nostre categorizzazioni mentali, che chiamiamo nella vita quotidiana “oggetti”, sono collegati, appartengono invero ad un'unica matrice, o come piace ai più, ad un unico campo omogeneo. Quest’ ultima visione sembra essere avvalorata dall’interpretazione meno ortodossa degli esperimenti quantistici nel micromondo delle particelle elementari. Effettivamente lo spazio sembra essere veramente un concetto relativo se si pensa all’intrinseca vuotezza della materia, anche quella a più alta densità. Stesso vale per il tempo considerandolo alla luce della Relatività, la quale consegna all’osservatore la prerogativa di misurare il proprio tempo rispetto al proprio sistema di riferimento inerziale. Al di là della Relatività e della fisica quantistica, che da sole nella loro asciutta interpretazione fanno vacillare le concezioni spazio-temporali consolidate nella vita quotidiana, è estremamente interessante considerare la cognizione degli esseri viventi su scale temporali molto più grandi di quelle umane. Consideriamo prima però un oggetto fisico come il vetro. È noto che il vetro e le sue parti costituenti formano un sistema complesso. Esso è tutt’altro che solido, anzi su scale temporali delle centinaia di anni esso risulta comportarsi come un liquido che “cola” essendo le sue molecole soggette alla forza di gravità e ciò è provato dall’intrinseca opacizzazione dei vetri antichi delle chiese. Quindi la nostra percezione del vetro cambierebbe se i nostri sensi e la nostra cognizione agisse sulla stessa scala temporale. Possiamo allora domandarci se ciò non valga anche per le piante, solo negli ultimi anni considerate come esseri viventi con una propria struttura cognitiva. Se riprendessimo lo sviluppo di un albero, o di una qualsiasi forma vegetale, dalle radici fino alle foglie, e rivedessimo il video in time-lapse ci accorgeremmo che una pianta non è ferma, bensì risponde prontamente a vincoli e disturbi ambientali. Tuttavia i tempi di reazione/risposta di un essere vegetale sono estremamente dilatati rispetto ai tempi umani e questo rende difficile associare ad una pianta capacità cognitive avanzate. Quindi il sospetto che le categorie di spazio e tempo, seppur utili nella vita quotidiana, siano spesso di intralcio per una completa comprensione dei fenomeni è tutt’altro che infondato. Partendo da tali ragionamenti la visione olistica relativa ad un cosmo la intelligente sembra non essere remota. Di fatto le difficoltà maggiori risiedono nello stabilire cosa sia davvero intelligente e cosa non lo sia. In altre parole come si fa a stabilire un confine preciso? Il carico da novanta, proposto in questa nuova concezione è quando, dando importanza imprescindibile alla coscienza che modella il cosmo e la sua evoluzione e non il viceversa, si considera l’intelligenza del cosmo come processo cognitivo isomorfo al processo cognitivo messo in atto da un cervello biologico. Di fatto siamo noi esseri cognitivi ed coscienti a porre un velo intelligente sull’effettiva e primigenia indeterminatezza della realtà, come intrinsecamente indica la teoria quantistica sviluppata il secolo scorso.


Leggi anche: Divagazioni sulla mente e sull'universo


[1] Robert Lanza, Biocentrismo. L'universo, la coscienza. La nuova teoria del tutto, Il saggiatore, 2015

[2] Robert Lanza, Oltre Biocentrismo. Ripensare il tempo, lo spazio e l'illusione della morte, Il saggiatore, 2016

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Agosto 2017 10:46

Siamo un grande laboratorio di Intelligenza Artificiale

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“I believe that at the end of the century the use of words and general educated opinion will have altered so much that one will be able to speak of machines thinking without expecting to be contradicted”.

Alan Turing


“I believe that at the end of the century the use of words and general educated opinion will have altered so much that one will be able to speak of machines thinking without expecting to be contradicted”.

Così si esprimeva Alan Turing in un pionieristico articolo nel 1950 dal titolo “Computing Machinery and Intelligence” dove discuteva di macchine dotate di intelligenza e del suo celebre test (Test di Turing) per misurare il grado di intelligenza in un sistema di Intelligenza Artificiale.

A che punto siamo?
Per abbozzare una risposta innanzitutto bisogna domandarsi qual era il livello di sviluppo tecnologico alla fine degli anni ’50 dello scorso secolo quando John McCarthy, Marvin Minsky, Claude Shannon, Nathaniel Rochester, Herbert Simon e molti altri parteciparono ad un famoso convegno e fondarono fattivamente il campo di studi interdisciplinare che oggi conosciamo come Intelligenza Artificiale.
Semplicemente i transistor non esistevano, non esistevano i chip nanometrici e la televisione, come mezzo di comunicazione di massa iniziava seppur lentamente a farsi vedere dagli specchietti della radio e del telefono, tecnologia quest’ultima davvero sviluppata, seppur con vistose limitazioni rispetto ad oggi. Internet e il web 2.0 erano allora nell’altrove del futuro avvenire. C’erano le valvole termoioniche, come unità di computazione e i computer capaci di calcoli complessi occupavano intere stanze e arrivavano a pesare centinaia di tonnellate. Mostri elettromeccanici con memorie di capienza minore della SIM card del cellulare. Non parliamo della velocità di calcolo. Non c’erano schermi, touchscreen, mouse, tastiere in senso convenzionale, WIFI e tutto ciò che oggi iniziamo a dare per scontato.
Fino all’avvento di internet di massa nei tardi anni ’90 e del web 2.0 e dei Social negli anni 2000 la ricerca nel campo dell’IA seppur con passi da gigante proseguiva in maniera abbastanza statica, con laboratori e gruppi di ricerca con progetti talvolta scollegati l’uno dall’ altro, uniti solo da classiche collaborazioni nel tentativo di misurarsi e unificare il campo di studi. A dire la verità, la stragrande maggioranza degli algoritmi e metodi utilizzati oggi, che rendono strabiliante l’esperienza degli utenti su Internet attraverso PC desktop o smartphone, erano già pronti. Uno su tutti le Reti Neurali Artificiali, basate su un modello matematico del cervello biologico, capaci di apprendere una miriade di informazioni, processare il linguaggio naturale, fare traduzioni, riconoscere volti o oggetti in immagini e video.

Qualcosa mancava che adesso c’è.
E' noto che le Reti Neurali più di molti altri algoritmi necessitano di una ingente capacità computazionale e per dare il meglio hanno bisogno anche di grandissime quantità di dati. Fin dagli anni ’60 si conoscevano le loro potenzialità ma solo oggi è possibile metterle in pratica. Come?

Prima una distinzione. Con apprendimento supervisionato si suole intendere l’apprendimento automatico tramite sistemi di AI che necessitano di “esempi”, proprio come a scuola o nella vita dove buona parte dell’apprendimento (umano) di compiti complessi è basato su esempi.

Con apprendimento non supervisionato si intende una tipologia di apprendimento non basata su esempi, ma comunque basata su algoritmi di ricerca complessi capaci di individuare la struttura soggiacente i dati e le informazioni.

Web 2.0 e Social Network.
Ciò che mancava allora ed oggi c’è è l’utente, ovvero tutti coloro che fruiscono le tecnologie dell’informazione.

Di fatto:
OGNI NOSTRA AZIONE SU INTERNET (E QUINDI SUI SOCIAL) CONTRIBUISCE A RENDERE PIU’ INTELLIGENTE GLI ALGORITMI IN RETE.

Avete messo un “mi piace”? Avete commentato un post di un blog? Avete messo una stellina al ristorante odiato? Avete messo un cuoricino al post su Facebook della ragazza che vi interessa? Avete visitato la pagina del vostro ex? Avete cercato un titolo di un film su Google? Avete letto l’articolo interessante per più di 5 minuti?

Se la risposta è sì, l’ecosistema tecnologico Internet è diventato più intelligente. E qui non si vuole nemmeno affrontare la questione “guadagni inestimabili” delle major che offrono servizi avanzati su Internet e che utilizzano a scopo di marketing tali informazioni.
Oggi i laboratori di IA continuano ad essere quei posti dislocati nelle varie università fisiche o sempre più spesso nelle divisioni di ricerca e sviluppo di compagnie che compilano bilanci comparabili ai bilanci di interi stati. Ma il grosso del lavoro lo stiamo facendo noi con le nostre azioni quotidiane “aggiungendo tag”, quindi etichette, ad informazioni presenti sul web o sui social e favorendo proprio quello che era difficile fare in passato: l’apprendimento supervisionato.

I "tag" nel senso generalizzato del termine sono il Sacro Graal dei motori di Intelligenza Artificiale soggiacenti i moderni Social Media. In gergo informatico essi sono noti come "label", riferendosi alle informazioni taggate e qualunque manuale sul tema ribadirà che ottenere dati con "label" è estremamente costoso.

Ecco un esempio, per l’appunto.
L’emoji stile “like” su Facebook che esprime il vostro sentimento riguardo ad una frase o ad un immagine è proprio quello che un sistema di AI necessita. State fornendo in questo caso un esempio di emozione legata al contenuto di quella frase o immagine, che unito a gli esempi di tutti gli altri utenti che “taggano” il contenuto, permette l’apprendimento artificiale. Questo vale per qualsiasi azione oggi computa su Internet.

Grazie al “villaggio globale” iperconnesso di Internet, l’esperienza ludica dell’utente ha una duplice natura, se non triplice (se consideriamo il guadagno delle major in pubblicità). Da una parte l’utente è intrattenuto e compie le proprie azioni su Internet per scopi propri, perseguendo obiettivi che non hanno nulla a che vedere con il rendere le macchine intelligenti. Dall’altra, le stesse azioni, su un diverso piano semantico quasi completamente opaco, permettono alle macchine di acquisire informazioni ed esempi ("label") per poter apprendere e utilizzare le informazioni apprese per arricchire la stessa esperienza in un processo a retroazione positica che si autoalimenta.

Messa su questo piano stiamo tutti partecipando ad un grande esperimento di Intelligenza Artificiale, il più grande che l’essere umano possa aver mai immaginato. Altro che i laboratori di IA dello scorso secolo. Siamo all’interno di un processo, forse irreversibile, che cambia le carte in tavola e che, a mio parere, mette in discussione l’intero edificio di ipotesi su cui si è basato l’odierno dibattito sull’IA.


Ultimo aggiornamento Sabato 09 Settembre 2017 15:27

La dimensione in cui vivono gli elefanti

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All'intelligenza classica interessano i principi che determinano la separazione e l'interrelazione dei mucchi. L'intelligenza romantica si rivolge alla manciata di sabbia ancora intatta. Sono entrambi modi validi di considerare il mondo, ma sono inconciliabili.

R. M. Pirsig (Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta)


Un elefante le cui zampe sono tagliate orizzontalmente da un piano immaginario, Flatland, le dimensioni nascoste dalle teorie fisiche e il “Gigante” che è dietro le megalopoli abitate da milioni di minuscoli esseri umani, che, come in un formicaio, agiscono per mantenere in vita il complesso sistema che gli permette di mantenersi in vita.

elefante tridimensionale e sua proiezione bidimensionaleUn libro che sicuramente ci aiuta a capire il concetto di “dimensione”, non tanto intesa come estensione, ma come asse di riferimento che assieme ad altri due con le medesime caratteristiche formano la realtà tridimensionale che abitiamo, è Flatland, novella satirica e fantastica ad opera del teologo e insegnante inglese Edwin Abott (1838 - 1926), pubblicato nel lontano 1884. Flatland oltre ad essere una caricatura satirica della struttura classista della società vittoriana, è un maestoso capolavoro che intende mostrarci la relatività della nostra concezione della realtà tridimensionale, alla luce delle nuove geometrie non euclidee che nel tempo in cui è stato scritto il racconto prendevano forma e che andarono a fecondare, di lì a poco, le idee relativistiche sulla struttura dello spazio-tempo da parte di Albert Einstein (1889 - 1955). Flatland è un mondo bidimensionale abitato da individui che hanno varie forme geometriche, dai poligoni alle circonferenze. Ogni individuo-forma geometrica ha proprie caratteristiche specifiche e un potere di azione e movimento limitato che in realtà rispecchiano il costume e i modi di pensale socialmente radicati nell’era vittoriana in Inghilterra. Sebbene questa parte della storia sia di estremo interesse, nei brevi spunti che seguiranno ci concentreremo sulla parte “geometrica” della faccenda. Di fatto Abbott è molto bravo ad usare un certo numero di espedienti per permetterci di “entrare” in un mondo bidimensionale. Siamo abituati a percepire la realtà tridimensionale e questo è un fatto. Ora se prendiamo un foglio e vi disegniamo delle figure geometriche e proviamo a calare il nostro punto di vista sulla superficie del foglio, non “sopra” la superficie, ma nella superficie, scopriamo che alcune realtà del mondo tridimensionale non possono esistere. Ammettendo di disegnare le linee con colore uniforme e se poniamo il nostro occhio nel mondo bidimensionale del foglio di carta vedremmo, ad esempio, i triangoli come linee, come del resto anche le circonferenze e i quadrati. La loro vera natura possiamo conoscerla solo se siamo in grado di “elevarci” nella terza dimensione. Abbott utilizza una miriade di geniali espedienti interconnessi con la metafora relativa alla società vittoriana per provare a mostrare, anche nel mondo bidimensionale le forme nella loro reale essenza (triangoli, cerchi, etc.). A un certo punto della storia compare un individuo proveniente da un’altra dimensione, e cerca di presentarsi, al povero quadrato, protagonista del racconto. Ma come può presentarsi una sfera tridimensionale in un mondo bidimensionale? Quello che possiamo fare è dare sfogo all’astrazione ed immaginare, ad esempio, una mela e trapassarla mentalmente con un foglio di carta e domandarci: qual è la proiezione della sfera nel mondo bidimensionale del foglio immaginario? Bene, è una macchia a forma di circonferenza. Quindi il quadrato di Flatland, o qualsiasi altro osservatore bidimensionale può osservare una circonferenza, ovvero qualcosa che si comporta come una circonferenza, nel proprio mondo. Come poteva rivelarsi allora la sfera? Essa inizia a trapassare il mondo bidimensionale, proprio come noi faremmo muovendo dal basso verso l’alto il foglio immaginario che trapassa la mela e osservando come la proiezione (la circonferenza) aumenta e poi diminuisce la propria estensione. E’ il mutare della dimensione (intesa come estensione) che mostra la natura della sfera al povero quadrato bidimensionale. In realtà aggiungendo alle due dimensioni spaziali la dimensione temporale il quadrato può esplorare i misteri di un mondo che ha una dimensione in più al suo, una cosa per lui incredibile fino a quel momento essendo abituato a concepire il suo mondo, quello consueto, ovvero composto dalle normali due dimensioni. Come fa notare il fisico J. D. Barrow nel suo saggio “Teorie del tutto”, il concetto di dimensione, molto caro ai matematici, è entrato in maniera dirompente nel mondo della fisica, specialmente dopo la Teoria della Relatività Generale di Albert Einstein. Da punto di vista squisitamente matematico, vi sono due branche, in linea di principio interconnesse, l’Algebra (lineare) e la Topologia che giocano con il concetto di dimensione. La prima, algebrizzando la geometria, mostra come sia facilmente possibile estendere le proprietà relative agli spazi matematici tridimensionali a quelli che sono comunemente chiamati iperspazi caratterizzati da un numero di dimensioni superiore a tre, a limite infinito, e abitato da enti geometrici aventi altrettante dimensioni, come l’ipercubo o tesseratto che  Salvador Dalì (1904 - 1989) ha rappresentato egregiamente (nello spazio bidimensionale della tela) con la sua celebre opera Corpus Hypercubus (1954). La Topologia, in linea di principio, categorizza gli spazi (topologici) attraverso il concetto di connessione e di somiglianza. In altre parole una tazzina da caffè espresso con manico bucato risulta topologicamente equivalente ad una ciambella (forma toroidale), anche se la loro forma fattuale è molto differente. Il concetto di connessione collegato, permette di stabilire se si può procedere da un punto all’altro dello spazio oggetto di studio, a seconda della presenza di “buchi” e della loro natura.

Salvador Dalì - Corpus Hypercubus

Salvador Dalì - Corpus Hypercubus (1954)

Einstein aveva immaginato la possibilità di sfruttare le geometrie non-euclidee, nate da eminenti matematici come  Nikolai Ivanovich Lobachevsky, János Bolyai, Bernhard Riemann, Eugenio Beltrami, etc. nella seconda metà dell’Ottocento, che erano pronte e avevano fatto a meno del famoso quinto postulato di Euclide sulle rette parallele, per modificare il concetto di spazio e tempo separati e assoluti formulato da Newton e approdare ad un avvincente visione dello spazio-tempo come un’unica entità che a seconda delle condizioni fisiche (massa, accelerazione) assume una data forma. E lo stesso universo che abitiamo oggi è descritto in fisica come un modello spazio-temporale in cui abbiamo le tre usuali dimensioni a cui se ne aggiunge una quarta che è il tempo. Questa rivoluzionaria teoria portò ad un cambiamento di paradigma in cui spazio e tempo erano inseparabili e la loro natura era dal punto di vista geometrico addirittura simile (non identica come mostrano le equazioni di Hermann Minkowski (1864 - 1909) relative allo spazio-tempo quadridimensionale).  La fisica moderna ha comunemente a che fare con le dimensioni. I tentativi, riusciti in parte, di riunificare le forze fisiche principali sono basati su teorie matematiche che prevedono un numero di dimensioni che può essere superiore a quattro. Ad esempio, la teoria di Kaluza-Klein, proposta agli inizi del Novecento è un tentativo di unificare il campo gravitazionale, descritto dalle equazioni della Relatività Generale, con il campo elettromagnetico, descritto dalle equazioni di Maxwell. Essa prevede la presenza di una quinta dimensione oltre alle usuali quattro della teoria einseniana. Nella formulazione di base la “quinta dimensione” è considerata compattificata,  ovvero come se fosse arrotolata su se stessa e come diceva lo stesso  fisico svedese Oskar Klein (1894 - 1977), esse sono invisibili ai nostri sensi poiché le altre quattro dimensioni sono sviluppate infinitamente, rispetto alla quinta che è infinitasima. Al di la dei problemi che ebbe questa teoria con i concetti di quantizzazione della carica, il concetto di spazio multidimensionale è ritornato in voga con la Teoria del Stringhe e la M-teoria che prevedono l’esistenza di altre dimensioni con iperspazi dalla particolare forma topologica, alcuni dei quali noti come  spazi di Calabi - Yau compatti. In definitiva una descrizione omnicomprensiva della realtà fisica sembra non poter prescindere dal considerare dimensioni aggiuntive, proprio come in Flatland, dove la dimensione temporale (che è estremamente importante nella Teoria della Relatività) poteva consentire alla sfera di mostrarsi all’osservatore bidimensionale, il quadrato, e di rivelare la propria natura di entità proveniente da un’altra dimensione.

A questo punto è interessante prendere spunto da queste semplici considerazioni e tentare di distillare alcune idee che possono giovare alla comprensione ed al modellamento della realtà che ci circonda dal punto di vista della Complessità. Alcune idee mi sono sopraggiunte quando, di tanto in tanto, mi affaccio al balcone della mia abitazione, al trentaduesimo piano, al centro di Toronto, dopo aver appreso la descrizione di R. Pirsing, in “Lila, idagine sulla morale”, che fa della città di New York, assimilandola ad un gigantesco organismo, il Gigante, che ha vita propria e che consuma materia ed energia e i cui abitanti umani sono solo una parte dell’intero sistema. Di fatto dall’alto di un palazzone come quello in cui abito, si ha una prospettiva più generale, le persone sono puntini e il traffico perde quasi la sua forma discreta e appare come un continuum che scorre, come sangue nei vasi, nelle varie direzioni tracciate dalle arterie stradali. Una visione globale che mostra l’interrelazione reciproca delle varie entità dinamiche che coabitano lo spazio cittadino. Interi grattacieli abitati da una miriade di minuscoli punticini che si muovono, parlano al telefono, sono connessi ad Internet, si recano ad appuntamenti, prendono la macchina, rimangono imbottigliati nel traffico, inviano un post sul social network, perdono il volo, decidono di andare a fare la spesa in un orario meno caotico. Camion che trasportano materiale edilizio, ruspe con motori a scoppio esosi di carburante che scavano buche che ospiteranno le fondamenta di altrettanti grattacieli. Fili elettrici che, come un sistema nervoso, corrono lungo le palizzate ai lati della strada, dove scorre energia e contenuti informativi e mediali come canali TV, telefonate e Internet. Antenne satellitari come funghi sui palazzi che sono puntate verso satelliti che rimbalzano il segnale trasmesso da stazioni poste a migliaia di chilometri di distanza. Fabbriche che producono merce per essere trasportata in negozi, supermercati e pronta per essere consumata. Rifiuti che sono suddivisi a seconda del materiale e vengono riciclati per rientrare in parte nel ciclo produttivo. Fiumi di universitari che si riversano nelle aule ad ascoltare lezioni basate su conoscenze tramandate da generazioni e pronti a prendere il posto della generazione precedente nei più svariati lavori necessari al funzionamento della città. Catene di cause-effetto che si diramano in tutte le direzioni ed in tutte le dimensioni per mantenere in vita servizi di prima necessità come ospedali, centri di ricovero, dipartimenti di polizia e centri finanziari e governativi. Miliardi e miliardi di bit al secondo che vengono scambiati in rete ad alimentare scambi commerciali e monetari tra attori economici, come sono i comuni cittadini. Centri di raccolta dati e informazioni che vengono elaborati per ottenere modelli previsionali sui più svariati ambiti, da utilizzare per il corretto funzionamento dell’organismo, per alimentarne le sue capacità cognitive rispetto ai vari elementi (sottosistemi) che formano il sistema città. La presente è una visione olistica, in cui si immaginano dei livelli, una gerarchia di livelli, sempre più generali dove le varie entità hanno una propria “condizione di vita”. Come noi trasformiamo il cibo per nutrire i vari organi del nostro corpo, le nostre cellule, così da mantenerci sani e avere l’energia necessaria per muoverci, le città hanno la loro richiesta di materie prime ed energia per mantenere il proprio status di vita. Inoltre nello sviluppo dei sistemi di alimentazione nelle città, siano essi informativi (Internet e reti di comunicazione in genere), siano essi sistemi di trasporto e dispacciamento dell’energia elettrica, in sistemi stanno diventando sempre più resilienti, meno centralizzati e con capacità di auto-cognizione e autocontrollo per quanto riguarda il proprio status. La decentralizzazione dei centri di alimentazione e controllo ne diminuisce di gran lunga la vulnerabilità ai black-out ad esempio, o ad attacchi terroristici. Le città, come le nazioni, come l’intero pianeta terra, sono un sistema complesso che ad opera degli esseri umani vede la coabitazione della tecno-sfera con la bio-sfera in uno scambio simbiotico in cui i dati sui mutamenti climatici repentini degli ultimi anni, fanno intravedere che la prima sta agendo a danno della seconda.

Ritorniamo adesso, per un attimo, a Flatland e alla sfera che si rivela al mondo bidimensionale trapassandolo e mostrando il mutamento di estensione della sua proiezione, cioè della circonferenza. Immaginiamo un essere vivente, un elefante, che cammina tranquillamente su un terreno pianeggiante. Immaginiamo di improntare la stessa operazione mentale e prendiamo un piano (come il foglio immaginario che trapassa la mela) e facciamo in modo che sia parallelo al terreno ponendolo all’altezza delle ginocchia dell’elefante. Immaginiamo, altresì, la proiezione delle quattro zampe e dell’eventuale parte terminale della proboscide. Dovrebbero apparirci come delle macchie o quasi-circonferenze che si muovono avanti e indietro secondo un certo schema. Se fossimo come il quadrato di Flatland, vedremmo, nel mondo bidimensionale del piano queste entità come separate. Proprio come noi individui siamo soliti percepirci come separati fisicamente gli uni dagli altri (non considerando i gemelli siamesi). Eppure, se poniamo un po’ di attenzione al nostro agire quotidiano, al di la della separazione fisica, possiamo percepire una sorta di interrelazione, dove le nostre azioni, i nostri spostamenti, le nostre emozioni e gli stati d’animo, sono condizionati da altri individui, o gruppi di individui separati fisicamente. L’elefante nelle consuete tre dimensioni è un’unica entità, ma come facciamo a percepirla come tale se fossimo abitanti di Flatland? Abbiamo asserito che ciò che vediamo sono delle circonferenze imperfette (le proiezioni delle zampe e della proboscide) che si muovono come macchie secondo uno schema dinamico. Ecco, quello che possiamo fare è percepire, a fronte dell’osservazione e dell’incameramento delle informazioni, uno schema soggiacente. L’elefante cambierà direzione, inizierà a correre se è in pericolo o muterà modo di camminare se cambia la tipologia di terreno. Una quasi-circonferenza scomparirebbe se l’elefante alzasse la gamba come gli insegnano nei circhi. In definitiva lo schema soggiacente, seppur esistente, può essere estremamente dinamico e solo un’attenta e prolungata osservazione potrebbe mostrare che quelle proiezioni nel nostro mondo bidimensionale sono elementi che appartengono ad un essere unico, di fatto sono semplicemente le zampe. Una prima osservazione è la “località” dello schema soggiacente. Di fatto le zampe tendono a non allontanarsi le une dalle altre oltre una certa soglia. Un po’ come gli abitanti di una città, di cui una parte che lavora fissa al centro della stessa, ad esempio un campione di commesse di un supermercato, tende a non spostarsi più in la del perimetro cittadino, almeno durante i giorni lavorativi. Quindi possiamo iniziare ad intuire che quelle quattro/cinque macchie vaganti hanno un moto correlato e localizzato spazialmente. L’attento osservatore allora inizia a operare una serie di ipotesi per cercare di definire quantitativamente e qualitativamente la natura di queste correlazioni. Egli intuisce uno schema di base, ma sa che deve raffinarlo. Dopo attente misurazioni nota una serie di movimenti “medi” che avvengono con una certa variabilità che è limitata: nota che le macchie si muovono con moto periodico e ci sono macchie che procedono in una direzione ed altre in quella opposta, in successione. L’osservazione prolungata inizia a dare i propri frutti e nella mente dell’osservatore lo schema dinamico diventa una realtà unica, anche se non è in grado far percepire quelle proiezioni come appartenenti ad un elefante. Tuttavia l’analisi ha dato buoni risultati, si fiuta la presenza di un sistema, siamo di fronte ad una entità i cui cinque elementi (zampe e proboscide) procedono in maniera fortemente correlata. Gli elementi sono legati in un qualche modo e hanno una relazione reciproca causale. L’osservatore bidimensionale, come potrebbe stabilire (ammesso che possa farlo) che quell’entità ha quattro zampe se di proiezioni/macchie ne vede quasi sempre cinque? In realtà quello che farà è osservare una differente relazione di correlazione tra le quattro entità e la quinta, ma sarebbe difficile per lui eliminare l’ipotesi della quinta zampa (questa ipotesi è pretestuosa in quanto per l’osservatore risulta difficile ipotizzarne l’esistenza dal principio). Inoltre il nostro osservatore potrebbe iniziare tutta una serie di ipotesi sulle “azioni a distanza” e immaginare un campo di natura fisica in cui si propagano istantaneamente informazioni da una macchia all’altra, come un filo invisibile che le lega. Per non essere sadici con il nostro osservatore curioso, permettiamogli adesso di poter innalzare ed abbassare il proprio mondo bidimensionale. In questo modo egli potrebbe operare una “radiografia” all’animale, proprio come fa la sfera di Flatland con il quadrato. L’osservatore, attraverso la magia del moto inizierebbe a collezionare una serie di ulteriori ipotesi e si convincerebbe di aver a che fare un un’entità che in qualche altra dimensione debba essere un’entità unica, abbiamo dettagliato quello che è lo schema di un sistema. L’entità ignota (noi esseri tridimensionali sappiamo benissimo essere un elefante) è un insieme di elementi correlati che agiscono di concerto mostrando una sorta di complicità che ne fa percepire l’unicità, intesa come un tutto unico. Purtroppo però, qualsiasi rappresentazione il nostro ormai osservatore scienziato abbia composto, non gli permetterà mai di vedere l’elefante, ne può percepirne l’esistenza, gli darà un nome e lo chiamerà per volere della sorte proprio elefante, ma non potrà cavalcarlo, a meno di non uscire dalla trappola bidimensionale e di non elevarsi nella terza dimensione. Nelle città avviene la stessa cosa. Il percepire il nostro agire e sentire come dipendente in una certa misura da ciò che ci circonda (non ne sto facendo qui una questione sul libero arbitrio) è il percepire correlazioni e relazioni causali tra entità che reagiscono reciprocamente e reagiscono su di noi e che limitano, in una certa misura, il nostro perimetro. Spesso mi capita di prendere l’aereo e quando sono qui a Toronto l’aeroporto principale è fuori città. Dal punto di osservazione privilegiato del sistema città che può essere il palazzo in cui vivo, un’automobile, ad esempio il taxi impiega mezz’ora per giungere all’aeroporto, mentre con i mezzi pubblici ci vuole più di un’ora e bisogna cambiare la metro con un autobus. Sebbene parta con un certo anticipo per raggiungere in orario l’aeroporto, so che qualsiasi cosa potrebbe accadere per farmi incorrere in un pericoloso ritardo, come quella volta in cui, imprigionato con pesanti valige nel taxi, rimasi imbottigliato nel traffico dell’autostrada che porta all’aeroporto. A parte i momenti di panico, pensai che solo un elicottero poteva prelevare l’automobile, o solo me con le valige, e portarmi all’aeroporto. Se fossi sceso e mi fossi messo a correre, sarei arrivato forse dopo sei o sette ore, il tempo che impiegavo per tornare in Italia! Quindi doveva avvenire un fatto straordinario, rispetto alla norma, cioè un elicottero a prelevarmi, nella mia fantasia. Il tassista, che era stranamente tranquillo, quella volta si accorse della mia irrequietezza e mi spiegò che saremmo arrivati in tempo poiché erano le sei passate del pomeriggio e il traffico a quell’ora si sarebbe diretto verso l’arteria est, dopo circa un chilometro. Quel giorno riuscii a prendere l’aereo senza troppi intoppi eppure il senso di impossibilità ad agire nel traffico mi lasciava un senso di sconforto. In definitiva un modus esterno, dovuto ad un comportamento medio che si ha alle sei del pomeriggio in quel punto dell’autostrada, mi permetteva di arrivare all’aeroporto in orario, altro che elicottero. Migliaia di persone che escono dagli uffici e si dirigono verso le proprie case, gli uffici si svuotano, negli ospedali e nei dipartimenti cambiano i turni, come negli altiforni dell’industria siderurgica o nei centri di controllo delle centrali elettriche. Marco, un ragazzino di periferia a casa sua è intento a scaricare gli ultimi episodi della sua serie preferita, mentre addetti al centro di smistamento di zona del traffico Internet, deviano il flusso dati verso un altro router di riserva, nell’attesa che quello che si è appena guastato venga riparato. Ho posto l’esempio della città per semplicità e perché si presenta davanti ai miei occhi spesso, ma ciò vale anche per l’intero pianeta, una serie di entità o sottosistemi facenti capo ad un sistema superiore (ecosistema) fortemente interconnessi ed interrelati e più l’evoluzione tecnologica e il nostro stile di vita procedono, più tali entità saranno sempre maggiormente interrelate. Relazioni semplici come la produzione di gas dannosi e il buco dell’ozono si sono rivelate abbastanza facilmente. Vi sono una miriade di micro-relazioni che come catene causali modificano i vari elementi del nostro sistema-pianeta terra e devono ancora essere scoperte. Altre, grazie alla tecnologia stessa ne vengono create e spostamenti di beni-denaro, possono avvenire alla velocità della luce permettendo a banche ed istituti finanziari di guadagnare o perdere ingenti somme in brevi istanti. Azioni compiute in punto del pianeta si riflettono con sempre più vigore sull’intero globo, e non si tratta solo di cambiamenti climatici presunti, ma di mutamenti delle condizioni di vita che in alcuni paesi portano a carestia e morte. Tutto è connesso con tutto, invero ignoriamo la natura delle connessioni. Il “Gigante” esoso di energia, materie prime e forza lavoro è un’entità molto complessa la cui presenza è difficile da materializzare mentalmente, solo un’attenta e accurata, nonché lunga osservazione dei fenomeni in gioco possono permettere di percepirne l’unicità nell’agire, proprio come le formiche in un formicaio in cui la morte di una formica non è detto che sia un danno, specie se vi è scarsità di risorse alimentari (proprio come sosteneva Douglas R. Hofstadter (1945). Dovremmo essere come l’osservatore bidimensionale alle prese con l’elefante.

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Agosto 2017 10:47

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